{"id":383,"date":"2006-04-10T00:00:00","date_gmt":"2006-04-10T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/espai-marx.net\/?p=383"},"modified":"2020-02-14T11:06:25","modified_gmt":"2020-02-14T10:06:25","slug":"fragilita-corpo-amore-lessico-pratico-per-il-presente-sotto-il-cielo-della-politica-effetto-sydney","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/espai-marx.net\/?p=383","title":{"rendered":"Fragilit\u00e0, corpo, amore. Lessico pratico per il presente Sotto il cielo della politica. Effetto Sydney"},"content":{"rendered":"<p><i>Il Manifesto. 28 de setembro de 2004<\/i><\/p>\n<p><i>\u00abItalian Effect\u00bb, un convegno a Sydney sull&#8217;influenza del pensiero radicale italiano nell&#8217;ultimo decennio. Dal laboratorio nostrano degli anni `70 al laboratorio globale di una politica contrapposta alla forma della guerra<\/i><\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un effetto della globalizzazione che n\u00e9 i suoi fautori pi\u00f9 entusiasti n\u00e9 i suoi critici pi\u00f9 apocalittici riescono a mettere a fuoco, ed \u00e8 quello che essa provoca sul pensiero. Come in altri campi, la tecnica qui dice molto ma non tutto: non si tratta solo di una maggiore facilit\u00e0 di comunicazione e diffusione di idee, fonti, testi. Si tratta di una diversa modalit\u00e0 di produzione del pensiero, quando esso si avvale di uno scambio di esperienze e di un contatto diretto con persone, contesti, luoghi, tempi, stagioni differenti. Quando questo avviene, e contrariamente a quanto spesso si crede, l&#8217;effetto non \u00e8 n\u00e9 di piatta omologazione, n\u00e9 di tranquilla contaminazione: c&#8217;\u00e8 invece un rischioso quanto fecondo spiazzamento, che cambia le prospettive, altera le dimensioni, porta in primo piano particolari trascurati, costringe a ruvidi confronti con alterit\u00e0 non considerate, libera associazioni mentali tenute sottotraccia. A Sydney, nel corso di un convegno internazionale dedicato all&#8217;\u00abEffetto italiano\u00bb sul pensiero politico radicale, tutto questo \u00e8 felicemente avvenuto, grazie anche all&#8217;accoglienza di una \u00abglobal city\u00bb che dello scambio multiculturale e della traduzione linguistica, politica, artistica fa ogni giorno necessit\u00e0 e virt\u00f9. Si trattava, grazie all&#8217;interesse per la scena politica e intellettuale italiana di alcuni ricercatori di cinque universit\u00e0 consorziate &#8211; Brett Neilson che ne scrive qui a fianco, Ilaria Vanni, Michael Goddard, Melinda Cooper, Timothy Rayner &#8211; di verificare l&#8217;ipotesi che in questo decennio si stia verificando uno spostamento dall&#8217;influenza prevalente del pensiero francese (Foucault, Deleuze, Derrida) sugli studi politici australiani e, pi\u00f9 in generale, di area anglo-americana, a quella del pensiero italiano, e pi\u00f9 precisamente di quello che gli organizzatori, sulla scorta del titolo di un libro di Michael Hardt e Paolo Virno, chiamano \u00abpensiero radicale italiano\u00bb: l&#8217;operaismo degli anni 60 e 70 e il post-operaismo degli anni 90, la cybercultura, il pensiero della differenza sessuale. Il portato, insomma, del \u00ablaboratorio politico\u00bb italiano dal Sessantotto in avanti, ripensato sulla scia del successo mondiale di <i>Impero <\/i>di Toni Negri e Michael Hardt, del credito internazionale del lavoro di Giorgio Agamben (tanto pi\u00f9 in Australia, dove il tema del campo concentrazionario \u00e8 imposto dal trauma storico del rapporto con gli aborigeni e dal trauma politico del trattamento dei profughi), dell&#8217;esplosione delle potenzialit\u00e0 politiche della Rete e del mediattivismo (tanto pi\u00f9 in un continente in cui pi\u00f9 che altrove Internet ha significato un salto di qualit\u00e0 nella comunicazione e nell&#8217;aggregazione), dell&#8217;attenzione per il femminismo italiano (pi\u00f9 viva che altrove grazie a una forte presenza nelle universit\u00e0 di ricercatrici di lingua italiana).<\/p>\n<p>L&#8217;operazione, si capisce, era a rischio, e poteva risolversi nell&#8217;esegesi e nell&#8217;idealizzazione di un patrimonio politico e teorico, gratificante per noi che in Italia sentiamo ancora bollare gli anni Settanta come il decennio maledetto, i \u00abradical thinkers\u00bb come cattivi maestri, il femminismo della differenza come una corrente esoterica e via dicendo, ma poco utile ai fini di uno scambio effettivo per il presente. L&#8217;effetto di spiazzamento invece ha funzionato, facendo del laboratorio italiano un punto di partenza per pensare le necessit\u00e0 della politica oggi, in una situazione globale che gi\u00e0 rende superate le premesse da cui il \u00abpensiero radicale italiano\u00bb degli anni `90 partiva; e in un contesto intellettuale vivo come quello allestito dai ricercatori e dagli studenti di Sydney, in cui malgrado le elezioni siano alle porte (si vota l&#8217;8 ottobre e lo scontro fra Howard e Lethan ricalca quello fra Bush e Kerry) ci\u00f2 che conta di pi\u00f9 \u00e8 la politica post-rappresentativa, e dallo scenario di guerra non rimbalza tanto l&#8217;eco della bomba sull&#8217;ambasciata australiana a Giacarta quanto la catastrofe antropologica dispiegata quotidianamente dalle immagini di torture e decapitazioni.<\/p>\n<p>Cambio di decennio, appunto, cambio di scenario, e di conseguenza cambio di tonalit\u00e0 del pensiero politico antagonista. Sotto un cielo in cui l&#8217;Impero riscopre bandiere e politiche nazionaliste, il post-umano si rivela disumano, il cyborg si reincarna nei kamikaze, la soldatessa Lyndie England sevizia un prigioniero iracheno al guinzaglio, si pu\u00f2 ancora puntare su Spinoza contro Hobbes, scommettere sul futuro di una moltitudine mai segnata dal negativo, tenere viva una politica del desiderio, fidarsi delle tecnologie della comunicazione e dell&#8217;agor\u00e0 virtuale, mettere in valore la differenza sessuale? \u00abIl panorama \u00e8 cambiato\u00bb, dice Franco Berardi alias Bifo (che del convegno sta a sua volta raccontando su <i>Rekombinat.org), <\/i>e tira le somme per quanto riguarda la Rete, il mediattivismo e le teorie del cognitariato: l&#8217;ottimismo tecnologico degli anni 90 sta scontando adesso un doppio limite, l&#8217;enfasi sulla comunicazione virtuale a spese del corpo e l&#8217;enfasi sull&#8217;infosfera a spese della psicosfera. Corporeit\u00e0, sessualit\u00e0, sensitivit\u00e0, contatto, emotivit\u00e0, elaborazione psichica inconscia dell&#8217;informazione cancellate in nome della potenza cognitiva e della velocit\u00e0 comunicativa. Senonch\u00e9 corpo, emotivit\u00e0, sessualit\u00e0 ci presentano adesso il conto: dal teatro della guerra e dal set mediatico di una politica dell&#8217;immaginario che dall&#8217;alto ci manipola senza che dal basso riusciamo a rispondere con pratiche altrettanto capaci di mobilitare ragione e inconscio, discorso e passione, mente e corpo.<\/p>\n<p>La scissione fra corpo e linguaggio, desiderio e razionalit\u00e0, di cui la politica moderna si nutre fin dalla sua nascita, si \u00e8 impadronita anche della politica alternativa postmoderna? Il rischio c&#8217;\u00e8 e ed \u00e8 quello che il femminismo, sulla scena italiana, ha segnalato fin dal suo esordio, \u00abtagliando\u00bb con l&#8217;esodo femminile la generazione politica del `68. Tanto pi\u00f9 diventa interessante ripensare oggi quel taglio, i suoi effetti, le possibilit\u00e0 di un rinnovato dialogo fra donne e uomini di quella generazione politica e delle successive che si aprono oggi. E&#8217; una storia in parte scritta ma in parte tutta da scrivere, a partire dalle contaminazioni linguistiche che si riscontrano fra \u00abpensiero radicale\u00bb e pensiero della differenza sessuale, e che tuttavia non ne accorciano le distanze sui due punti cruciali e connessi della concezione della soggettivit\u00e0 e delle pratiche del cambiamento. Per\u00f2 non \u00e8 un caso, o cos\u00ec a me pare, che sotto il cielo di Sydney, e in un clima pi\u00f9 mite di quello italiano anche quanto allo scambio politico e intellettuale fra donne e uomini, alcune urgenze si siano ripresentate in comune. L&#8217;esigenza di riportare il corpo in primo piano. E quella di pensare una politica dell&#8217;amore. Non, o non solo, con la felice baldanza dell&#8217;antico slogan \u00abfate l&#8217;amore non la guerra\u00bb dei tempi del Vietnam. Ma con la consapevolezza che la potenza espropriante dell&#8217;amore \u00e8 l&#8217;unica in grado di opporsi alla potenza espropriante della violenza, e di volgere la fragilit\u00e0 e l&#8217;esposizione delle nostre \u00abvite precarie\u00bb, come le definisce Judith Butler, alla relazione con l&#8217;altro e non al suo annientamento.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Manifesto. 28 de setembro de 2004<\/p>\n<p>\u00abItalian Effect\u00bb, un convegno a Sydney sull&#8217;influenza del pensiero radicale italiano nell&#8217;ultimo decennio. Dal laboratorio nostrano degli anni `70 al laboratorio globale di una politica contrapposta alla forma della guerra<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un effetto della globalizzazione che n\u00e9 i suoi fautori pi\u00f9 entusiasti n\u00e9 i suoi critici pi\u00f9 apocalittici riescono a mettere a fuoco, ed \u00e8 quello che essa provoca sul pensiero. Come in altri campi, la tecnica qui dice molto ma non tutto: non si tratta solo di una maggiore facilit\u00e0 di comunicazione e diffusione di idee, fonti, testi. Si tratta di una diversa modalit\u00e0 di produzione del pensiero, quando esso si avvale di uno scambio di esperienze e di un contatto diretto con persone, contesti, luoghi, tempi, stagioni differenti. Quando questo avviene, e contrariamente a quanto spesso si crede, l&#8217;effetto non \u00e8 n\u00e9 di piatta omologazione, n\u00e9 di tranquilla contaminazione: c&#8217;\u00e8 invece un rischioso quanto fecondo spiazzamento, che cambia le prospettive, altera le dimensioni, porta in primo piano particolari trascurati, costringe a ruvidi confronti con alterit\u00e0 non considerate, libera associazioni mentali tenute sottotraccia. A Sydney, nel corso di un convegno internazionale dedicato all&#8217;\u00abEffetto italiano\u00bb sul pensiero politico radicale, tutto questo \u00e8 felicemente avvenuto, grazie anche all&#8217;accoglienza di una \u00abglobal city\u00bb che dello scambio multiculturale e della traduzione linguistica, politica, artistica fa ogni giorno necessit\u00e0 e virt\u00f9. Si trattava, grazie all&#8217;interesse per la scena politica e intellettuale italiana di alcuni ricercatori di cinque universit\u00e0 consorziate &#8211; Brett Neilson che ne scrive qui a fianco, Ilaria Vanni, Michael Goddard, Melinda Cooper, Timothy Rayner &#8211; di verificare l&#8217;ipotesi che in questo decennio si stia verificando uno spostamento dall&#8217;influenza prevalente del pensiero francese (Foucault, Deleuze, Derrida) sugli studi politici australiani e, pi\u00f9 in generale, di area anglo-americana, a quella del pensiero italiano, e pi\u00f9 precisamente di quello che gli organizzatori, sulla scorta del titolo di un libro di Michael Hardt e Paolo Virno, chiamano \u00abpensiero radicale italiano\u00bb: l&#8217;operaismo degli anni 60 e 70 e il post-operaismo degli anni 90, la cybercultura, il pensiero della differenza sessuale. Il portato, insomma, del \u00ablaboratorio politico\u00bb italiano dal Sessantotto in avanti, ripensato sulla scia del successo mondiale di Impero di Toni Negri e Michael Hardt, del credito internazionale del lavoro di Giorgio Agamben (tanto pi\u00f9 in Australia, dove il tema del campo concentrazionario \u00e8 imposto dal trauma storico del rapporto con gli aborigeni e dal trauma politico del trattamento dei profughi), dell&#8217;esplosione delle potenzialit\u00e0 politiche della Rete e del mediattivismo (tanto pi\u00f9 in un continente in cui pi\u00f9 che altrove Internet ha significato un salto di qualit\u00e0 nella comunicazione e nell&#8217;aggregazione), dell&#8217;attenzione per il femminismo italiano (pi\u00f9 viva che altrove grazie a una forte presenza nelle universit\u00e0 di ricercatrici di lingua italiana).  L&#8217;operazione, si capisce, era a rischio, e poteva risolversi nell&#8217;esegesi e nell&#8217;idealizzazione di un patrimonio politico e teorico, gratificante per noi che in Italia sentiamo ancora bollare gli anni Settanta come il decennio maledetto, i \u00abradical thinkers\u00bb come cattivi maestri, il femminismo della differenza come una corrente esoterica e via dicendo, ma poco utile ai fini di uno scambio effettivo per il presente. L&#8217;effetto di spiazzamento invece ha funzionato, facendo del laboratorio italiano un punto di partenza per pensare le necessit\u00e0 della politica oggi, in una situazione globale che gi\u00e0 rende superate le premesse da cui il \u00abpensiero radicale italiano\u00bb degli anni `90 partiva; e in un contesto intellettuale vivo come quello allestito dai ricercatori e dagli studenti di Sydney, in cui malgrado le elezioni siano alle porte (si vota l&#8217;8 ottobre e lo scontro fra Howard e Lethan ricalca quello fra Bush e Kerry) ci\u00f2 che conta di pi\u00f9 \u00e8 la politica post-rappresentativa, e dallo scenario di guerra non rimbalza tanto l&#8217;eco della bomba sull&#8217;ambasciata australiana a Giacarta quanto la catastrofe antropologica dispiegata quotidianamente dalle immagini di torture e decapitazioni.  Cambio di decennio, appunto, cambio di scenario, e di conseguenza cambio di tonalit\u00e0 del pensiero politico antagonista. Sotto un cielo in cui l&#8217;Impero riscopre bandiere e politiche nazionaliste, il post-umano si rivela disumano, il cyborg si reincarna nei kamikaze, la soldatessa Lyndie England sevizia un prigioniero iracheno al guinzaglio, si pu\u00f2 ancora puntare su Spinoza contro Hobbes, scommettere sul futuro di una moltitudine mai segnata dal negativo, tenere viva una politica del desiderio, fidarsi delle tecnologie della comunicazione e dell&#8217;agor\u00e0 virtuale, mettere in valore la differenza sessuale? \u00abIl panorama \u00e8 cambiato\u00bb, dice Franco Berardi alias Bifo (che del convegno sta a sua volta raccontando su Rekombinat.org), e tira le somme per quanto riguarda la Rete, il mediattivismo e le teorie del cognitariato: l&#8217;ottimismo tecnologico degli anni 90 sta scontando adesso un doppio limite, l&#8217;enfasi sulla comunicazione virtuale a spese del corpo e l&#8217;enfasi sull&#8217;infosfera a spese della psicosfera. Corporeit\u00e0, sessualit\u00e0, sensitivit\u00e0, contatto, emotivit\u00e0, elaborazione psichica inconscia dell&#8217;informazione cancellate in nome della potenza cognitiva e della velocit\u00e0 comunicativa. Senonch\u00e9 corpo, emotivit\u00e0, sessualit\u00e0 ci presentano adesso il conto: dal teatro della guerra e dal set mediatico di una politica dell&#8217;immaginario che dall&#8217;alto ci manipola senza che dal basso riusciamo a rispondere con pratiche altrettanto capaci di mobilitare ragione e inconscio, discorso e passione, mente e corpo.  La scissione fra corpo e linguaggio, desiderio e razionalit\u00e0, di cui la politica moderna si nutre fin dalla sua nascita, si \u00e8 impadronita anche della politica alternativa postmoderna? Il rischio c&#8217;\u00e8 e ed \u00e8 quello che il femminismo, sulla scena italiana, ha segnalato fin dal suo esordio, \u00abtagliando\u00bb con l&#8217;esodo femminile la generazione politica del `68. Tanto pi\u00f9 diventa interessante ripensare oggi quel taglio, i suoi effetti, le possibilit\u00e0 di un rinnovato dialogo fra donne e uomini di quella generazione politica e delle successive che si aprono oggi. E&#8217; una storia in parte scritta ma in parte tutta da scrivere, a partire dalle contaminazioni linguistiche che si riscontrano fra \u00abpensiero radicale\u00bb e pensiero della differenza sessuale, e che tuttavia non ne accorciano le distanze sui due punti cruciali e connessi della concezione della soggettivit\u00e0 e delle pratiche del cambiamento. Per\u00f2 non \u00e8 un caso, o cos\u00ec a me pare, che sotto il cielo di Sydney, e in un clima pi\u00f9 mite di quello italiano anche quanto allo scambio politico e intellettuale fra donne e uomini, alcune urgenze si siano ripresentate in comune. L&#8217;esigenza di riportare il corpo in primo piano. E quella di pensare una politica dell&#8217;amore. 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