{"id":92,"date":"2006-03-30T00:00:00","date_gmt":"2006-03-30T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/espai-marx.net\/?p=92"},"modified":"2020-02-12T11:42:56","modified_gmt":"2020-02-12T10:42:56","slug":"lo-stato-competitivo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/espai-marx.net\/?p=92","title":{"rendered":"Lo \u00abStato competitivo\u00bb"},"content":{"rendered":"<p><i>Sono ormai anni che nel quadro della indagine sulla composizione di classe nel nostro paese e nell&#8217;area europea, ci si \u00e8 dovuti misurare con una questione in molti casi rimossa dal dibattito politico e sindacale: il ruolo di classe dello Stato.<\/i><\/p>\n<p><i>Negli ultimi tempi, il mito acritico della \u00abglobalizzazione\u00bb sembra aver messo in ombra non solo processi come la competizione intercapitalista o le relazioni internazionali fondate sulla Triade USA, Europa, Giappone ma anche, e qui si entra direttamente nel campo che si vuole affrontare, il ruolo degli Stati.<\/i><\/p>\n<p><i>Esistono molti iconoclasti &#8211; anche a sinistra &#8211; che hanno ritenuto ormai inservibile la categoria di \u00abcomitato d&#8217;affari della borghesia\u00bb come chiave di lettura dello Stato. Tuttavia questa\u00a0 categoria coglie, ancora meglio di altre, la sostanza del ruolo dello Stato nel sistema politico ed economico del capitale e si rivela in tal senso ancora di estrema pertinenza.<\/i><\/p>\n<p><i>Sul piano pratico, se \u00e8 vero che lo Stato \u00e8 tornato pienamente a svolgere la funzione di comitato d&#8217;affari del capitale finanziario, ci\u00f2 significa che la dinamica della tassazione, degli investimenti, dei salari e dei profitti &#8211; in sostanza della distribuzione reale della ricchezza &#8211; segue un trend ben preciso che ha ricadute pesanti sulla realt\u00e0 sociale e sui lavoratori. Ci\u00f2 non riguarda solo i meccanismi dell&#8217;accumulazione capitalista ma chiama in causa direttamente anche la funzione dello Stato.<\/i><\/p>\n<p><i>Per alcuni decenni, anche nella sinistra e nel sindacato, si era diffusa la convinzione che lo Stato (e soprattutto la \u00abRepubblica nata dalla Resistenza\u00bb e \u00abfondata sul lavoro\u00bb) avesse assunto appieno il suo carattere universale, neutrale ed in un certo senso \u00absuperpartes\u00bb. Aver confuso le conquiste sistematizzate in un sistema approssimativo di Welfare State con un cambiamento pi\u00f9 profondo della natura dello Stato in questo sistema politico-economico, ha portato a sottovalutazioni clamorose e distorsioni analitiche significative.<\/i><\/p>\n<p><i>La devastante offensiva antioperaia messa in moto nella seconda met\u00e0 degli anni &#8217;70 (a seguito della \u00abgrande paura\u00bb seguita alla grande crisi del &#8217;73 e allo sviluppo delle lotte operaie, studentesche ma anche di quelle anticoloniali nel terzo mondo), ha via via liquidato ogni pretesa di neutralit\u00e0 o di universalit\u00e0 dello Stato del capitale e lo ha reistradato nella sua funzione storica.<\/i><\/p>\n<p><i>La privatizzazione dei servizi, i tagli alle spese sociali, la riorganizzazione della previdenza e della sanit\u00e0, l&#8217;organizzazione apertamente antipopolare del sistema fiscale centrale e locale, corrispondono ad una funzione precisa dello Stato. Esso deve gestire il continuo trasferimento di ricchezza dal lavoro alla rendita finanziaria e al profitto. E&#8217; una funzione perfettamente in linea con la dominanza del capitale finanziario nell&#8217;economia nazionale e transnazionale (classica nell&#8217;epoca dell&#8217;imperialismo) che ormai domina e rende subalterni tutti gli altri settori della societ\u00e0, inclusi quei settori del capitale troppo deboli sul piano finanziario o troppo vincolati al solo mercato interno.<\/i><\/p>\n<p><i>Ma la modifica della funzione dello Stato rispetto a quella dei decenni del compromesso e dell&#8217;uso politico del welfare state, non produce solo \u00abmutamenti contabili\u00bb nel bilancio statale. Essa innesca anche modificazioni notevoli nella composizione di classe ed accentua il processo di polarizzazione sociale in corso in tutte le economie sviluppate.<\/i><\/p>\n<p><i>Ad esempio la \u00abcrisi dei ceti medi\u00bb (in cui fino a qualche anno fa si potevano includere anche settori di classe operaia e di lavoro dipendente \u00abforte\u00bb) non deriva solo dalla accresciuta finanziarizzazione dell&#8217;economia, ma anche dalla liquidazione di alcuni paracaduti sociali rappresentati dalla presenza dello Stato nelle aziende dei servizi strategici o dalla \u00abpresenza\/latitanza statale\u00bb in alcune aree (basta pensare al Mezzogiorno, alle pensioni distribuite a pioggia o all&#8217;evasione fiscale consentita per il lavoro autonomo, i sussidi per settori marginali dell&#8217;economia etc.).<\/i><\/p>\n<p><i>In questi ultimi anni, anche gli agricoltori o gli allevatori di mucche prima sussidiati, gli autotrasportatori agevolati fiscalmente, i commercianti o i taxisti in condizioni di mini-monopolio, sono stati investiti come un tornado dalle \u00abliberalizzazioni\u00bb dei servizi e dalla competizione economica scatenata in Europa dai templari di Maastricht e dai commissari di Bruxelles.<\/i><\/p>\n<p><i>Lo Stato \u00e8 tornato ad essere il \u201ccomitato d&#8217;affari\u201d della borghesia per sorreggerne le ambizioni e gli interessi dentro la competizione globale. La pletora di interessi e di doglianze sociali su cui era stato costruito e mediato lo Stato sociale non ha pi\u00f9 ragione di essere. L&#8217;integrazione sovranazionale e la costruzione dei poli geoeconomici intorno all&#8217;Unione Europea e agli Stati Uniti, invocano uno Stato forte e flessibile , in sostanza uno \u00abStato competitivo\u00bb capace di stare dentro una competizione che ha come scenario l&#8217;intero globo.<\/i><\/p>\n<h2>I<\/h2>\n<h3>Lo Stato nell&#8217;epoca della competizione globale<\/h3>\n<p>Il feticcio della globalizzazione sembra ormai soddisfacente anche a molti studiosi e movimenti sociali per spiegare il mondo attuale, le nuove relazioni internazionali e i nuovi rapporti di forza. Eppure la categoria della globalizzazione \u00e8 molto imperfetta e sotto certi aspetti deviante. Sarebbe infatti pi\u00f9 appropriato parlare di \u00abcompetizione globale\u00bb perch\u00e8 tale \u00e8 l&#8217;epoca che stiamo vivendo; un&#8217;epoca in cui la competizione economica e quella politica tra le economie pi\u00f9 forti e\/o i principali poli geoeconomici (Stati Uniti ed Europa soprattutto) tender\u00e0 ad accentuarsi pi\u00f9 che a comporsi in un unico \u00abimpero\u00bb dominato dalle societ\u00e0 transnazionali.<\/p>\n<p>Oggi infatti, la struttura di dominio internazionale del grande capitale non appare pi\u00f9 organizzata sulla base dello \u00abStato nazionale\u00bb ma su <b>poli <\/b>dentro cui si coordinano vari Stati tendenzialmente sempre pi\u00f9 omogenei sul piano economico, finanziario, monetario e militare. Ed \u00e8 profondamente errato ritenere che in questo processo gli Stati non abbiano pi\u00f9 una funzione determinante.<\/p>\n<p>Lo \u00abStato\/comitato d&#8217;affari\u00bb si \u00e8 ormai allargato a livello regionale (ad esempio l\u2019Unione Europea, le cui riunioni, secondo il Financial Times, \u201csomigliano sempre pi\u00f9 ad un consiglio di amministrazione) ma mantiene pienamente &#8211; anzi accresce &#8211; la sua funzione strategica di sostegno politico ed economico all\u2019accumulazione capitalistica sia attraverso la politica fiscale e di bilancio, sia attraverso la politica commerciale ed internazionale verso le altre aree economiche e verso gli altri poli imperialisti. Infine, ma non per importanza, lo Stato viene chiamato a svolgere tale funzione anche attraverso lo strumento militare, cosa che, del resto, si \u00e8 visto all&#8217;opera gi\u00e0 due volte anche nell&#8217;ultimo decennio del secolo appena concluso (vedi Iraq e Balcani).<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 allora affermare che la funzione dello Stato nell&#8217;epoca della competizione globale dipende innanzitutto della natura dello Stato: esistono infatti\u00a0 Stati \u00abdisgreganti\u00bb (forti) e Stati \u00abdisgregati\u00bb (deboli). In modo molto pertinente Eric Hobsbawm sottolinea come <i>\u00abuna delle grandi questioni che sta di fronte al XXI Secolo \u00e8 l&#8217;interazione tra il mondo dove lo Stato esiste e il mondo dove non c&#8217;\u00e8\u00bb\u00a0 <\/i>(1)<\/p>\n<p>Il processo di disgregazione statuale avviato dagli Stati pi\u00f9 forti (USA ed Europa) contro l&#8217;Europa dell&#8217;Est ma anche contro l&#8217;Africa \u00abdecolonizzata\u00bb o l&#8217;Asia non pi\u00f9 baluardo antisovietico (vedi l&#8217;Indonesia e in prospettiva India e Cina), confermano che questa \u00abinterazione\u00bb \u00e8 uno dei progetti caratteristici della competizione globale.<\/p>\n<p>Per avere una idea concreta, \u00e8 sufficiente osservare una mappa geografica del mondo attuale e confrontarla con quella di dieci anni fa.<\/p>\n<p>Nell&#8217;Europa dell&#8217;Est solo un decennio fa esistevano dieci Stati, oggi ne esistono ventotto (e forse diventeranno trenta se va ancora avanti il processo di disgregazione della Jugoslavia). Ma \u00e8 la qualit\u00e0- pi\u00f9 che la quantit\u00e0- a far riflettere. Dalle ripetute secessioni della ex Urss o dell&#8217;ex Jugoslavia, sono emersi numerosi stati piccoli o piccolissimi. Solo alcuni (undici per l&#8217;esattezza) superano i dieci milioni di abitanti.<\/p>\n<p>La disgregazione di tutti gli Stati non strategici per i \u00abpoli forti\u00bb \u00e8 un processo che sta marciando a tappe forzate dietro la tesi quasi religiosa della inevitabilit\u00e0 della globalizzazione e della sovranazionalit\u00e0 dei processi decisionali.<\/p>\n<p>Questi nuovi Stati sono piccoli, deboli, subalterni agli organismi finanziari internazionali (FMI, BM, BERS), sono dipendenti dalla qualit\u00e0 degli investimenti esteri che riescono ad attrarre e dalla quantit\u00e0 di export competitivo che riescono a far arrivare sul mercato regionale e mondiale. A tale scopo, questi Stati devono essere \u00ableggeri\u00bb nelle frontiere e nelle dogane, assai \u00abindulgenti\u00bb nelle imposte e nelle tasse per gli investitori esteri, obbedienti al FMI nella politica di privatizzazioni e liquidazione dei settori statali dell&#8217;economia, puntuali nel pagamento dei debiti accumulati con le banche e gli istituti internazionali, implacabili nel mantenere basso e disciplinato il salario dei lavoratori. Infine, devono assicurare con ogni mezzo &#8211; democratico o repressivo &#8211; la \u00abstabilit\u00e0 interna\u00bb per gli investitori esteri. Se non ci riescono da soli pu\u00f2 sempre arrivare la NATO con i bombardamenti o gli interventi \u00abumanitari\u00bb.<\/p>\n<p>Questa funzione disgregante e riaggregante da parte degli Stati pi\u00f9 forti intorno ai <b>poli <\/b>principali, \u00e8 ormai visibile anche ad occhio nudo :<\/p>\n<p><b>* <\/b>La funzione degli Stati Uniti rispetto all&#8217;area del NAFTA \u00e8 evidentemente una funzione centralizzatrice ed egemonica sia nei confronti degli altri paesi integrati nel \u00abpolo americano\u00bb (Messico, Canada) sia nei confronti dell&#8217;area di influenza del blocco stesso (America Latina). Il progetto dell&#8217;Area di Libero Scambio delle Americhe (FTAA) previsto entro il 2005, estende questa centralizzazione a tutta l&#8217;America Latina. La dollarizzazione dell&#8217;Ecuador, del Salvador, di Panama, del Guatemala e dell&#8217;Argentina \u00e8 indicativa dell&#8217;obiettivo di costruire un grande polo economico, commerciale, monetario intorno agli Stati Uniti, da contrapporre a quello europeo.<\/p>\n<p><b>* <\/b>Il Giappone, al contrario, non ha la stessa forza centralizzatrice e disgregante degli Stati Uniti. Uscito sconfitto dalla competizione con gli USA nella pesantissima \u00abcrisi asiatica\u00bb del 1997, esso non solo non ha una capacit\u00e0 di egemonia complessiva sul resto dell&#8217;Asia (pur mantenendo una rilevante penetrazione economica) ma deve competere con una potenza nascente come la Cina che ha dimostrato di avere ormai un ruolo strategico per la stabilit\u00e0 e lo sviluppo economico dell&#8217;Asia.<\/p>\n<p><b>* <\/b>L&#8217;Unione Europea infine &#8211; pur seguendo un processo che rimane pi\u00f9 complesso &#8211; ha visto crescere la sua funzione centralizzatrice intorno all&#8217;asse franco-tedesco e la sua funzione disgregatrice verso l&#8217;Europa dell&#8217;Est (dalla disintegrazione jugoslava, alla deflagrazione dell&#8217;URSS, alla secessione ceco-slovacca). Si rivela ancora forte un limite di questo processo: in quanto fino ad ora in Europa \u00e8 andata avanti la centralizzazione economica ma \u00e8 andata avanti pi\u00f9 lentamente quella politica. La Gran Bretagna si muove ancora molto pi\u00f9 in sintonia con gli USA che con la UE . La dissonanza italiana rappresentata dal governo Berlusconi vorrebbe andare nella stessa direzione, da qui l&#8217;ostilit\u00e0 manifesta degli altri governi europei verso l&#8217;esecutivo italiano. Ma questo ritardo viene recuperato in tempi sempre pi\u00f9 stretti. L&#8217;allargamento continuo dell&#8217;Unione Europea a Est e a Sud inglobando nuovi Stati (e nuovi mercati) viaggia ormai parallelamente all&#8217;organizzazione di un efficente esercito europeo e di un esecutivo pi\u00f9 dinamico che vede la Germania acquisire un potere sempre maggiore (vedi il vertice di Nizza) (2).<\/p>\n<p>La funzione determinante dello Stato nell&#8217;epoca della competizione globale non si limita per\u00f2 agli aspetti geo-politici e della conquista dei mercati internazionali. Anche sul piano dell&#8217;accumulazione e del mercato interno, la funzione dello Stato si conferma decisiva in settori fondamentali dell&#8217;economia capitalista.<\/p>\n<p>1) La scienza e la ricerca ad esempio, vanno visti nel loro ruolo di forze produttive sempre pi\u00f9 decisive nella competizione globale. Anche se i loro risultati vengono in gran parte monopolizzati dal profitto privato, il loro raggiungimento richiede forti investimenti di capitale e possibilit\u00e0 di ammortizzazione dei costi che ancora oggi possono essere assicurati solo dallo Stato. Il caso delle biotecnologie \u00e8, in tal senso, emblematico. I due ultimi governi tedeschi (democristiano prima e socialdemocratico poi) hanno lanciato un ambiziosissimo piano di sviluppo dell&#8217;industria e della ricerca biotecnologica. Nonostante in Germania ci siano ben tre delle prime cinque multinazionali chimiche-farmaceutiche del mondo, senza l&#8217;intervento economico dello Stato non avrebbero potuto recuperare il gap e reggere la competizione con le transnazionali USA. Lo scontro tra la Bayer e la Pfizer sui farmaci o la legislazione europea verso gli OGM, sono indicativi di questo conflitto e del crescente ricorso alle leggi dello Stato per intralciare la penetrazione delle societ\u00e0 concorrenti sui rispettivi \u201cmercati interni\u201d.<\/p>\n<p>2) La formazione del \u00abcapitale umano\u00bb adeguato e funzionale alle nuove esigenze della accumulazione flessibile, \u00e8 un compito che viene svolto in larga parte dallo Stato. La gestione aziendalista di scuole, universit\u00e0, centri di formazione tende s\u00ec a privatizzare la riproduzione e la gestione del comando (l&#8217;insegnamento) ma continuer\u00e0 ad affidare gran parte dei costi sociali allo Stato.<\/p>\n<p>3) La stabilit\u00e0 del mercato interno continua a vedere un ruolo centrale dello Stato. Anche se le privatizzazioni hanno via via ridotto la presenza statale nell&#8217;economia, l&#8217;andamento dei flussi della domanda interna richiedono ancora e massicciamente l&#8217;intervento statale senza il quale, il \u00abmercato\u00bb si \u00e8 dimostrato incapace di assicurare i margini di profitto all&#8217;accumulazione capitalistica. La vicenda della rottamazione delle automobili, i progetti di cablaggio delle grandi aree metropolitane, la ristrutturazione delle reti energetiche e l&#8217;estensione di quelle dei trasporti, dimostrano che i padroni in realt\u00e0 vogliono \u00bb pi\u00f9 Stato per il mercato\u00bb.<\/p>\n<p>4) Infine si dovrebbe riflettere sul fatto che non \u00e8 risultato affatto trascurabile il ruolo degli interessi nazionali dello \u00abStato francese\u00bb nel bloccare in sede OCSE l&#8217;approvazione dell&#8217;Accordo Multilaterale sugli Investimenti (il famigerato AMI), o il \u00abruolo degli Stati\u00bb nel fallimento delle trattative della WTO a Seattle o le forzature degli interessi nazionali dello \u00abStato USA\u00bb sulle reticenze delle multinazionali statunitensi del petrolio in relazione ai tracciati che dovevano seguire gli oleodotti dal Mar Caspio. Sono esempi su cui, appunto, occorre riflettere prima di tracciare giudizi frettolosi e quindi imprecisi sull&#8217;esaurimento delle funzioni dello Stato.<\/p>\n<p>NOTE:<\/p>\n<p><i>(1) Eric Hobsbawn: \u00abIntervista sul nuovo secolo\u00bb, edizioni Laterza, 2000<\/i><\/p>\n<p><i>(2) Sugli esiti del vertice e gli obiettivi del Trattato di Nizza, vedi Guglielmo Carchedi in Contropiano, febbraio 2001<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>II<\/b><\/p>\n<p><b>Lo Stato come strumento del conflitto sociale<\/b><\/p>\n<p>Non ci interessa tediare con l&#8217;analisi storica del ruolo dello Stato nell&#8217;economia capitalista. Su questo hanno scritto e sono disponibili testi rigorosi e ponderosi. E\u2019 interessante invece ricostruire il filo che ha legato l&#8217;intervento statale nell&#8217;economia dei paesi capitalisti al suo ruolo politico giocato nel conflitto globale avvenuto sia a livello internazionale che all&#8217;interno della societ\u00e0.<\/p>\n<p>Il New Deal americano, il fascismo europeo ed infine lo stato sociale o welfare state, sono state anche armi da combattimento con cui il capitalismo ha giocato a tutto campo contro la minaccia di un rovesciamento dei rapporti di forza con il movimento operaio.<\/p>\n<p>Il pesante intervento statale nell&#8217;economia non rispondeva solo alla necessit\u00e0 di rilanciare la domanda interna nella fase peggiore della \u00abgrande depressione\u00bb (il New Deal) o alla costruzione di un regime corporativo che garantisse con straordinaria efficacia il dominio della borghesia sui lavoratori liquidando il conflitto sociale (il fascismo). Il ruolo regolatore e consistente dello Stato nel mercato \u00e8 servito soprattutto a depotenziare la spinta alla trasformazione radicale della societ\u00e0 che veniva dal movimento operaio. Lo Stato sociale perfeziona queste esperienze e nasce per costituire lo spazio possibile per le riforme e per dargli rappresentanza politica &#8211; in antagonismo all\u2019opposizione del movimento operaio e dei comunisti &#8211; attraverso i governi, i partiti e i sindacati egemonizzati dai socialdemocratici oppure, a secondo delle situazioni, attraverso le forze cattoliche.<\/p>\n<p>Nel dopoguerra, pur lasciando mano libera agli \u00abspiriti animali\u00bb del capitalismo che affiancavano il Piano Marshall (anche per la loro indubbia capacit\u00e0 di rimettere rapidamente in moto l&#8217;accumulazione e il mercato in paesi devastati dalla guerra), i governi europei hanno via via costruito sistemi di welfare state pi\u00f9 o meno avanzati che si sono rivelati capaci di spezzare il blocco sociale antagonista (fondato allora su operai e contadini) e di creare una ampia fascia di ceti medi come \u00abargine sociale\u00bb all&#8217;avanzata del movimento operaio.<\/p>\n<p>Questa nuova composizione di classe ha consentito ai partiti socialdemocratici di costruire la propria strategia ed il proprio ruolo di mediazione dello scontro sociale tra lavoratori e capitale ed ha permesso ai partiti cattolici di allargare la propria influenza ben oltre quella tradizionale sul mondo contadino.<\/p>\n<p>Secondo lo studioso Wolfgang Abendroth, la socialdemocrazia tedesca, ad esempio, \u00abcondivideva sempre pi\u00f9 apertamente la convinzione della sociologia borghese che la moderna economia di mercato, cio\u00e8 il capitalismo monopolistico, combinata con le concessioni sociali (e quindi mediate dallo Stato) e salariali, aveva superato il conflitto di classe creando una \u00absociet\u00e0 pluralistica\u00bb che non conosceva pi\u00f9 antagonismi sociali\u00bb (1)<\/p>\n<p>Altrettanto istruttiva \u00e8 la sintesi del cosiddetto \u00abmodello scandinavo\u00bb avanzata da Bruno Amoroso. \u00abAlla base del modello scandinavo\u00bb scrive Amoroso \u00abc&#8217;\u00e8 l&#8217;accordo tra il movimento operaio organizzato, rappresentato dalla socialdemocrazia&#8230;e le classi sociali riunite intorno alla borghesia capitalistica industriale e agraria. Non si tratta di un patto sociale limitato ad un settore particolare&#8230;ma di un vero e proprio accordo politico mediante il quale vengono fissate le rispettive aree di intervento e competenza in un quadro anch&#8217;esso modificato, dando cos\u00ec luogo ad una nuova forma di organizzazione sociale\u00bb (2).<\/p>\n<p>Ma se si vuole riflettere sulla natura e la funzione dello \u00abStato\/comitato d&#8217;affari\u00bb, non si pu\u00f2 limitare a segnalare il welfare state come unico rivelatore di questo ruolo. L&#8217;intervento dello Stato come sistema di supporto al capitalismo si \u00e8 dotato anche di altri strumenti.<\/p>\n<p>Ben prima del compromesso storico tra DC e PCI (che configura pienamente quella che \u00e8 stata definita l&#8217;anomalia italiana), la prima esperienza significativa di intervento dello Stato nell&#8217;economia sia come fattore di sostegno al capitale sia come fattore di mediazione sociale, \u00e8 stato sicuramente il primo governo di centro-sinistra negli anni &#8217;60.<\/p>\n<p>\u00abDopo il predominio dell&#8217;approccio liberale, che caratterizza il periodo della ricostruzione\u00bb scrive l&#8217;economista Giovanni Balcet \u00abl&#8217;influenza delle idee keynesiane e l&#8217;attrattiva delle esperienze estere di <i>welfare state <\/i>acquistano importanza nel corso degli anni sessanta\u00bb. Ma in quegli anni non c&#8217;\u00e8 solo il debutto di un timidissimo stato sociale. In Italia si sviluppa un intervento diretto ed esteso dello Stato anche nella sfera produttiva.\u00bbNel 1956, la creazione del Ministero delle Partecipazioni Statali sanziona tale evoluzione\u00bb segnala ancora Balcet. Non solo,\u00a0 le\u00a0 industrie pubbliche (IRI,ENI,EFIM), successivamente bistrattatissime, fanno parlare di un \u00absistema italiano di economia mista, pubblica e privata, spesso citato come modello\u00bb (3).<\/p>\n<p>Il governo di centro-sinistra avvi\u00f2 la clamorosa nazionalizzazione dell&#8217;ENEL. Una specifica relazione della Banca d&#8217;Italia scriveva che al dicembre 1969\u00a0 \u00aberano state trasferite all&#8217;ENEL 1.124 imprese, 1.075 erano state gi\u00e0 integrate nell&#8217;Ente. Il personale ammontava a 103.370 unit\u00e0. Al primo gennaio 1970 erano stati pagati circa 1.392 miliardi di indennizzi\u00bb (4).<\/p>\n<p>Ma saranno proprio gli indennizzi plurimiliardari pagati alle imprese private per la nazionalizzazione dell&#8217;ENEL che contribuiranno a mettere in moto anche in Italia il mercato dei capitali e consentirannono &#8211; ad esempio &#8211; la nascita di un nuovo grande gruppo privato come la Montedison.<\/p>\n<p>La nazionalizzazione dell&#8217;ENEL, il rafforzamento dell&#8217;IRI (nata dal fascismo), la nascita dell&#8217;ENI e via via fino alla creazione del Ministero delle Partecipazioni Statali, segnano una intera fase dello sviluppo capitalistico nel nostro paese.<\/p>\n<p>Lo Stato affianca apertamente le esigenze delle imprese sia allargando il mercato (entrando nel MEC, il Mercato Comune Europeo) sia costruendo le infrastrutture funzionali al ciclo centrale dell&#8217;automobile (es: le autostrade) e dell&#8217;industrializzazione pesante delle Partecipazioni Statali (es: la rete elettrica e i grandi impianti siderurgici)<\/p>\n<p>Sono gli anni in cui la \u00abprogrammazione economica\u00bb ovvero la centralit\u00e0\/collateralit\u00e0 dello Stato nello sviluppo dell&#8217;economia di mercato, entra nel linguaggio politico ed economico. Lo Stato affianca e sostiene cos\u00ec il \u00abboom\u00bb italiano che crea le condizioni per l&#8217;integrazione dell&#8217;Italia nella Comunit\u00e0 Economica Europea.<\/p>\n<p>Ma questo ruolo non risponde solo agli input dei grandi monopoli privati. Esso risponde anche alle esigenze della politica e della mediazione dello scontro sociale.<\/p>\n<p>La nascita di grandi aziende pubbliche crea l&#8217;illusione di un possibile argine allo strapotere dei monopoli privati che a questo punto dovrebbero convivere e competere con quelli statali sia nella ripartizione delle risorse disponibili sia sul mercato. Il PCI fa propria questa chiave di lettura (arrivando poi all&#8217;estremo di ritenere questa come \u00abl&#8217;introduzione di elementi di socialismo nella societ\u00e0 capitalista\u00bb).<\/p>\n<p>Infine, lo sviluppo di una economia mista con un forte settore pubblico affiancato a quello privato, rafforza la crescita dei ceti medi e di settori di lavoro salariato garantito che diventeranno via via la riserva di caccia della DC, del PSI e da un certo punto in poi anche del PCI, ma incrinando la composizione di classe emersa dalla prima met\u00e0 del Novecento.<\/p>\n<p>NOTE:<\/p>\n<p><i>(1) Wolfgang Abendroth. \u00abLa socialdemocrazia in Germania\u00bb. Editori Riuniti, 1980 p.90<\/i><\/p>\n<p><i>(2) Bruno Amoroso: \u00abRapporto sulla Scandinavia\u00bb, Laterza, 1980 p.31<\/i><\/p>\n<p><i>(3) Giovanni Balcet: \u00abL&#8217;economia italiana\u00bb. Editori Riuniti, 1997, p.60-61<\/i><\/p>\n<p><i>(4) Relazione del governatore della Banca d&#8217;Italia, maggio 1970<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>III<\/b><\/p>\n<h3>\u00abLo Stato del tesoro\u00bb<\/h3>\n<p>Nella demolizione dei miti, condizione necessaria per una analisi di classe dello Stato, occorre demistificare la concezione dello Stato come entit\u00e0 <i>superpartes, <\/i>ma anche quella dello \u00abStato assistenziale\u00bb, in quanto esso interviene sia nelle fasi di crisi sia nelle fasi di accumulazione in modi e forme storicamente determinate agendo nella sfera della produzione come in quella della circolazione. Nel primo caso, ad esempio, con le nazionalizzazioni e le Partecipazioni Statali e nel secondo sotto forma di imprese pubbliche creditizie e di servizi.<\/p>\n<p>Gli anni &#8217;90 hanno segnato la liquidazione del ruolo dello Stato nella produzione con lo smantellamento delle imprese a Partecipazione Statale e le privatizzazioni di banche, industrie, aziende di servizi. Ma hanno segnato anche l&#8217;avvio di una ristrutturazione profonda della spesa pubblica che alla fine degli Ottanta era arrivata a rappresentare tra il 50 e il 55% del PIL (era il 29% nel 1960).<\/p>\n<p>Ma anche il mito della spesa pubblica &#8211; sul quale si accaniscono i liberisti e gli anti-statalisti di comodo- va disaggregato e riaggregato con chiavi di lettura pi\u00f9 oneste.<\/p>\n<p>In un seminario tenuto a Roma nel novembre del &#8217;97, una ricercatrice rigorosa come Simona Tomassini ha ricostruito molto bene le dinamiche della spesa pubblica in Italia. (1)<\/p>\n<p>Seconda la Tomassini, la spesa pubblica non \u00e8 indifferenziata. Essa risponde a criteri di distribuzione ben precisi che vanno smascherati e concosciuti per quello che rappresentano veramente. Si pu\u00f2 allora suddividerla in almeno tre aree:<\/p>\n<p>1) La spesa per la riproduzione degli apparati funzionali all&#8217;amministrazione statale;<\/p>\n<p>2) La spesa per il sostegno al capitale;<\/p>\n<p>3) La spesa sociale vera e propria destinata ai servizi cio\u00e8 il salario sociale<\/p>\n<p>Sulla base di questa disaggregazione si pu\u00f2 allora analizzare il \u00abmoloch\u00bb della spesa pubblica nell&#8217;ultimo quarantennio.<\/p>\n<p><b>Suddivisione dei settori della spesa pubblica in %<\/b><\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td><b>1960<\/b><\/td>\n<td><b>1973<\/b><\/td>\n<td><b>1994<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Spese per gli apparati dello Stato<\/td>\n<td>12,1<\/td>\n<td>10,6<\/td>\n<td>11,9<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Spese per il sostegno al capitale<\/td>\n<td>30,8<\/td>\n<td>24,1<\/td>\n<td>32,8<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Spesa sociale<\/td>\n<td>57,1<\/td>\n<td>65,3<\/td>\n<td>55,3<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(Fonte: elaborazione di Simona Tomassini su dati contenuti in: \u00abIl disavanzo pubblico in Italia, natura strutturale e politiche di rientro\u00bb. Il Mulino, 1992<\/p>\n<p>Se nel 1960 la spesa pubblica rappresentava il 29% del PIL, quanta di questa veniva destinata ad ognuna delle tre funzioni indicate? Il 12,1% serviva per le spese degli apparati funzionali all&#8217;amministrazione statale; il 57,1% per le spese sociali e il 30,8% per il sostegno al capitale privato. Trenta anni dopo, le spese per l&#8217;amministrazione dello Stato rimanevano pressoch\u00e8 uguali (11,9%), cresceva la quota di spesa pubblica destinata ad interventi di sostegno alle imprese e diminuiva la spesa sociale vera e propria sia rispetto al 1960 sia &#8211; e soprattutto &#8211; al 1973 che aveva segnato anni di forti avanzamenti delle conquiste sociali dei lavoratori.<\/p>\n<p>Dunque un terzo della spesa pubblica \u00e8 stato destinato al capitale e solo poco pi\u00f9 della met\u00e0 ai servizi sociali. E&#8217; chiaro che l&#8217;offensiva anti-statalista scatenata nell&#8217;ultimo ventennio \u00e8 indirizzata esplicitamente a rovesciare questa proporzione puntando alla drastica riduzione delle spese sociali per liberare risorse da destinare alle imprese. Quando i leader politici o il governatore della Banca d&#8217;Italia parlano di riduzione delle tasse, hanno in mente esattamente questo schema, evitano per\u00f2 sistematicamente di indicare \u00abchi\u00bb dovr\u00e0 finanziare questo spostamento di risorse.<\/p>\n<p><b>Le terapie d&#8217;urto: il Profit State<\/b><\/p>\n<p>I poteri fondamentali dello Stato nell&#8217;economia si concentrano soprattutto su due leve in cui agisce in condizioni di monopolio: la moneta e la riscossione delle tasse.<\/p>\n<p>La prima leva \u00e8 stata ormai sovranazionalizzata con l&#8217;adozione dell&#8217;Euro e la perdita della sovranit\u00e0 nazionale sulla moneta. La seconda leva resta cos\u00ec quella decisiva.<\/p>\n<p>Lo Stato \u00absuperpartes\u00bb in teoria riscuote le tasse da tutti i suoi cittadini in modo progressivo e redistribuisce attraverso servizi. Il boom del debito pubblico e il pagamento degli interessi ai possessori dei titoli di stato, hanno gi\u00e0 in buona parte frantumato questa leggenda. In secondo luogo, abbiamo assistito ad una \u00abdistribuzione\u00bb della ricchezza che \u00e8 andata sempre in direzione delle rendite e dei profitti penalizzando pesantemente i salari.<\/p>\n<p><b>La distribuzione del reddito nazionale negli ultimi venti anni<\/b><\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td><b>1980<\/b><\/td>\n<td><b>1999<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><b>Quota andata ai salari :<\/b><\/td>\n<td>56%<\/td>\n<td>40%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><b>Quota andata alle rendite :<\/b><\/td>\n<td>22%<\/td>\n<td>31%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><b>Quota andata ai profitti :<\/b><\/td>\n<td>21%<\/td>\n<td>28%<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>In realt\u00e0, \u00e8 soprattutto una parte della societ\u00e0 &#8211; i lavoratori salariati &#8211; quella su cui si \u00e8 abbattutto il monopolio statale della riscossione fiscale. Non esiste infatti proporzione tra le entrate fiscali assicurate dal lavoro e quelle assicurate dal capitale. Inoltre non occorre lasciarsi ingannare dalla apparente equit\u00e0 delle imposte indirette (quelle sui consumi soprattutto) perch\u00e8 esse proprio perch\u00e8 uguali per tutti, non sono affatto progressive (nel senso che una imposta del 20% su un bene di consumo \u00e8 uguale sia per Agnelli che per un disoccupato). Si osserva l&#8217;andamento delle imposte dirette (gran parte dovuta all&#8217;Irpef) e delle imposte indirette (dovute soprattutto all&#8217;IVA), il quadro che si denota appare piuttosto chiaro:<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td><b>1987<\/b><\/td>\n<td><b>1990<\/b><\/td>\n<td><b>1995<\/b><\/td>\n<td><b>1999<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Imposte dirette<\/td>\n<td>130.611<\/td>\n<td>189.124<\/td>\n<td>260.127<\/td>\n<td>321.587<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Imposte indirette<\/td>\n<td>93.240<\/td>\n<td>139.465<\/td>\n<td>209.490<\/td>\n<td>326.421<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Contributi sociali<\/td>\n<td>120.988<\/td>\n<td>168.953<\/td>\n<td>231.671<\/td>\n<td>263.003<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td><b>1987<\/b><\/td>\n<td><b>1990<\/b><\/td>\n<td><b>1995<\/b><\/td>\n<td><b>1999<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\n<p>Occupati:<\/p>\n<p>Dipendenti<\/p>\n<p>e autonomi<\/td>\n<td>20.837<\/td>\n<td>21.304<\/td>\n<td>20.009<\/td>\n<td>20.692<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(Fonte: Relazioni della Banca d&#8217;Italia)<\/p>\n<p>Ma il quadro diventa ancora pi\u00f9 chiaro se analizziamo il rapporto tra l&#8217;Irpef pagata sui salari dei lavoratori dipendenti ed il numero di lavoratori dipendenti stessi.<\/p>\n<p><b>Imposte e salari dei lavoratori<\/b><\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td><b>1993<\/b><\/td>\n<td><b>1996<\/b><\/td>\n<td><b>1997<\/b><\/td>\n<td><b>1998<\/b><\/td>\n<td><b>1999<\/b><\/td>\n<td><b>2000<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>miliardi di Irpef<\/td>\n<td>102.804<\/td>\n<td>121.179<\/td>\n<td>132.703<\/td>\n<td>141.142<\/td>\n<td>154.246<\/td>\n<td>152.981<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\n<p>Lavoratori<\/p>\n<p>dipendenti<\/td>\n<td>15.803<\/td>\n<td>15.655<\/td>\n<td>15.776<\/td>\n<td>15.950<\/td>\n<td>16.157<\/td>\n<td>16.406<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Fonte: Relazione annuale della Banca d&#8217;Italia<\/p>\n<p>Se si confronta il trend delle imposte dirette (dunque le imposte sul reddito delle persone fisiche rappresentate soprattutto dai redditi da lavoro e delle abitazioni e dall&#8217;Irpeg) con quello dei lavoratori occupati, sia come salariati sia come \u00abautonomi\u00bb, \u00e8 possibile verificare anche ad occhio nudo come un numero pressoch\u00e8 identico di lavoratori ha pagato sempre pi\u00f9 imposte.<\/p>\n<p>Se nel 1987 circa venti milioni di lavoratori si facevano carico di gran parte dei 130mila miliardi di imposte dirette, nel 1999 un numero pressoch\u00e8 identico di lavoratori si \u00e8 fatto carico della gran parte di ben 321mila miliardi di imposte dirette. Analogamente su un numero praticamente uguale di lavoratori, sono stati pagati pi\u00f9 del doppio di contributi sociali. In compenso il monte salari nello stesso periodo \u00e8 sceso pi\u00f9 o meno del 16% sulla ricchezza nazionale del paese.<\/p>\n<p>Ma se osserviamo l&#8217;andamento specifico dell&#8217;Irpef sui salari dei lavoratori dipendenti, verifichiamo come nella seconda met\u00e0 degli anni &#8217;90, ad una crescita dell&#8217;occupazione (precaria e atipica) di circa 600.000 unit\u00e0 nel 2000 rispetto agli anni duri \u00abdell&#8217;entrata in Europa\u00bb(il 1993), le imposte pagate dai e sui salari sono aumentate di ben 50.000 miliardi di lire. Ci\u00f2 significa che l&#8217;Irpef media pagata su un salario da lavoro dipendente nel 1993 era di 6milioni e 470 mila lire e che sette anni dopo era salita a 9milioni e 320mila. In questo stesso periodo i salari sono rimasti al palo e non sono certo cresciuti con la stessa progressione.<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td><b>1987<\/b><\/td>\n<td><b>1990<\/b><\/td>\n<td><b>1995<\/b><\/td>\n<td><b>1999<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\n<p>Entrate statali<\/p>\n<p>(in % sul PIL)<\/td>\n<td>39,8<\/td>\n<td>42,7<\/td>\n<td>45,9<\/td>\n<td>46,9<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\n<p>Spesa pubblica<\/p>\n<p>(in % sul PIL)<\/td>\n<td>50,7<\/td>\n<td>53,8<\/td>\n<td>52,9<\/td>\n<td>48,8<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Indebitamento netto (% sul PIL)<\/td>\n<td>11,0<\/td>\n<td>11,1<\/td>\n<td>7,0<\/td>\n<td>1,9<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\n<p>Fabbisogno<\/p>\n<p>settore pubblico<\/p>\n<p>(in % sul PIL)<\/td>\n<td>11,3<\/td>\n<td>10,6<\/td>\n<td>7,3<\/td>\n<td>1<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(fonte: relazioni Banca d&#8217;Italia, 1997 e 2000)<\/p>\n<p>In dieci anni di terapie d&#8217;urto all&#8217;insegna dei parametri di Maastricht, la spesa pubblica \u00e8 diminuita del 5% sul PIL mentre le entrate fiscali dello Stato sono aumentate del 4,2%.<\/p>\n<p>In sintesi l&#8217;integrazione europea dell&#8217;Italia sta producendo visibilmente un aumento delle tasse ed una diminuizione delle prestazioni sociali ne risulta, pertanto, che il \u00abpatto\u00bb tra lo Stato e i cittadini \u00e8 stato apertamente rotto dallo \u00abStato\/Comitato d&#8217;affari\u00bb che recupera e convoglia la ricchezza verso ambiti precisi e contrapposti tra loro: recupera dal lavoro e convoglia verso il capitale.<\/p>\n<p>Anche l&#8217;ultima analisi annuale che Mediobanca realizza sui bilanci delle 1.828 principali societ\u00e0 italiane dell&#8217;industria e del terziario (i famosi \u00ablibri bianchi\u00bb) segnala piuttosto chiaramente la riduzione impositiva a vantaggio delle grandi societ\u00e0 (2). Questo trend \u00e8 stato particolarmente evidente nella seconda met\u00e0 degli anni &#8217;90 ovvero negli anni dei governi dell&#8217;Ulivo. Sono anche gli anni in cui i profitti di queste societ\u00e0 sono aumentati del 50% rispetto al &#8217;97 e del &#8216;78% rispetto al &#8217;98. Nel 1999 i profitti avevano raggiunto e superato i 20.000 milioni di euro.<\/p>\n<p>A fronte della crescita di questa ricchezza privata, le spese sociali continuano a diminuire, i salari restano al palo ed anzi perdono potere d&#8217;acquisto, gli investimenti ristagnano ed anzi diminuiscono, l&#8217;occupazione cresce nelle sue caratteristiche precarie e sottopagate.<\/p>\n<p>Viene cos\u00ec confermata la tesi di Rita Martufi e Luciano Vasapollo secondo cui \u00abi mutamenti dovuti all&#8217;accumulazione flessibile che determinano la crisi fiscale e l&#8217;aumento dei costi del Welfare non sono pi\u00f9 compatibili in un sistema di alta competitivit\u00e0 internazionale\u00bb (3). E&#8217; questa la sostanza del Profit State.<\/p>\n<p>NOTE:<\/p>\n<p><i>(1) Simona Tomassini in \u00abLo Stato A\/Sociale. Salario sociale, distribuzione del reddito e ruolo dello Stato nell&#8217;economia dagli anni &#8217;70 agli anni &#8217;90\u00bb, AAVV, edizioni Laboratorio Politico, giugno &#8217;98<\/i><\/p>\n<p><i>(2) \u00abDati cumulativi di 1.828 societ\u00e0 italiane\u00bb. Mediobanca, 2000<\/i><\/p>\n<p><i>(3) Rita Martufi e Luciano Vasapollo: \u00abProfit State. Redistribuzione dell&#8217;accumulazione e reddito sociale minimo\u00bb. Edizioni la Citt\u00e0 del Sole, 1999.<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>IV<\/b><\/p>\n<p><b>La trappola dello Stato \u00abfederale\u00bb<\/b><\/p>\n<p>Il dibattito politico\/istituzionale, \u00e8 stato caratterizzato dal varo della riforma federalista dello Stato che modificando la Costituzione delega alle regioni molti poteri e molte competenze.<\/p>\n<p>Si \u00e8 cos\u00ec assistito al paradosso per cui mentre la \u201csinistra\u201d tuonava contro la <i>devolution <\/i>di Formigoni e Bossi in Lombardia o lo statuto \u201csecessionista\u201d della Regione Veneto, il governo di centrosinistra &#8211; ispirato da apprendisti stregoni come il ministro Bassanini o dalle teste d\u2019uovo emiliane dei DS- partoriva un modello federalista di Stato che recepisce ampiamente le ambizioni delle regioni settentrionali amministrate dal Polo e dalla Lega.<\/p>\n<p>La parola magica della sussidiariet\u00e0 &#8211; rovesciata nel suo contrario &#8211; spiana cos\u00ec la strada alle privatizzazioni selvagge di tutti i servizi pubblici, sia affidandoli a soggetti privati sia consegnandoli nelle mani del crescente business del cosiddetto \u201cnon profit\u201d. La trappola del federalismo liberista \u00e8 dunque scattata senza alcuna opposizione (ad eccezione dei parlamentari del PRC) (1).<\/p>\n<p>L\u2019aziendalismo esasperato sopprime, ormai, qualsiasi rete di servizi sociali o pubblici e si impone come modello di amministrazione degli enti locali che si trovano ormai a gestire quote sempre pi\u00f9 rilevanti del bilancio pubblico.<\/p>\n<p>Secondo un recente rapporto del CNEL, il federalismo economico \u00e8 gi\u00e0 una realt\u00e0 perch\u00e8, ormai, la spesa pubblica sotto il diretto controllo dello Stato rappresenta solo un terzo di quella affidata a Regioni, Comuni e Province.<\/p>\n<p>Analizzando i 9.333 capitoli di spesa del bilancio di previsione del 2001, emerge che la spesa dello \u201cStato centrale\u201d ammonta a 93.041 miliardi mentre quella degli enti locali ammonta a ben 269.642 miliardi. E\u2019 una quota assai superiore, sostiene il CNEL, anche a quella dei paesi pi\u00f9 federalisti del mondo come Stati Uniti e Germania (2).<\/p>\n<p>Anche risistemando i capitoli di spesa (ad esempio quelli per l\u2019istruzione) la spesa pubblica destinata agli enti locali rester\u00e0 comunque superiore a quella dell\u2019amministrazione centrale.<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><b>Paese<\/b><\/td>\n<td><b>Quota della spesa pubblica degli enti locali sul totale<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Italia<\/td>\n<td>74,3%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Germania<\/td>\n<td>57,5%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Stati Uniti<\/td>\n<td>38%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Francia<\/td>\n<td>29,3%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Gran Bretagna<\/td>\n<td>26,4%<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(elaborazione su dati del CNEL, 2001)<\/p>\n<p><b>Il boom delle entrate fiscali delle amministrazioni locali<\/b><\/p>\n<p>(in miliardi di lire)<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><b>1991<\/b><\/td>\n<td><b>1992<\/b><\/td>\n<td><b>1993<\/b><\/td>\n<td><b>1996<\/b><\/td>\n<td><b>1997<\/b><\/td>\n<td><b>1998<\/b><\/td>\n<td><b>1999<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>28.330<\/td>\n<td>32.619<\/td>\n<td>42.731<\/td>\n<td>67.076<\/td>\n<td>71.333<\/td>\n<td>120.409<\/td>\n<td>115.493<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(Fonte: relazione annuale Banca d\u2019Italia, maggio 2000)<\/p>\n<p>In dieci anni le entrate fiscali degli enti locali sono quasi quadruplicate, mentre i trasferimenti dallo Stato alle amministrazioni locali sono diminuiti dai 138.757 miliardi del 1990 ai 110. 252 del 1999.<\/p>\n<p>Il trend delle entrate fiscali allo Stato centrale \u00e8 aumentato ma con un tasso inferiore a quello delle imposte locali.<\/p>\n<p>Da gennaio del 2001 \u00e8 entrata in vigore anche l\u2019addizionale Irpef per i Comuni (con una aliquota che va, per ora, da un minimo 0,2 ad un massimo dello 0,4%) e che va ad aggiungersi a quella regionale gi\u00e0 operante, mentre sta scaldando i motori l\u2019entrata in vigore della addizionale per le Province.<\/p>\n<p>E\u2019 un perverso meccanismo contabile che ha permesso al governo Amato di annunciare nella Legge Finanziaria 2001 una riduzione delle tasse statali mentre queste vengono reintrodotte a livello locale neutralizzando qualsiasi beneficio fiscale reale per i redditi.<\/p>\n<p>Siamo dunque alla vittoria dei federalisti e dei critici dello statalismo? I dati dicono di si. Viene cos\u00ec coronata la battaglia ingaggiata dalla Lega Nord ma anche la \u201cgermanizzazione\u201d dello Stato propugnata dal laboratorio emiliano dei DS guidato dall\u2019Assessore Mariucci e dal ministro Bersani, dagli opinionisti della \u201cRepubblica\u201d come Rampini o dal \u201ckommissar\u201d europeo Romano Prodi (3).<\/p>\n<p>Questo gigantesco trasferimento di risorse economiche dallo Stato alle amministrazioni locali insieme alla pesantissima privatizzazione delle aziende dei servizi locali, sposta notevolmente la gestione dei centri di potere economico ma anche politico, ridisegnando la mappa dei poteri e i flussi degli interessi materiali in gioco.<\/p>\n<p>A questo punto biosgna per\u00f2 porsi una domanda. Chi sono i critici dello statalismo e i sostenitori del federalismo trionfante? Siamo sicuri che si tratti solo di illustri statisti, degli eredi di Salvemini, dei supporter del decentramento come strumento di democrazia e partecipazione?<\/p>\n<p>La nostra inchiesta ha portato a risultati diversi ed assai inquietanti.<\/p>\n<p><b>La nuova classe dirigente \u00abfederalista\u00bb<\/b><\/p>\n<p>L\u2019assalto mosso dai nuovi boiardi alla opportunit\u00e0 offerte dalla riorganizzazione federalista delle istituzioni e dell\u2019economia, \u00e8 passato quasi inosservato, anzi, sotto molti aspetti esso \u00e8 stato anticipatore di quello lanciato a livello centrale che ha portato alla nascita del <i>Profit State <\/i>e al dominio monopolistico dell\u2019economia.<\/p>\n<p>A lanciare un flebile allarme, oltre a pubblicazioni come la nostra o a pezzi del sindacalismo di base, era stato lo scomparso Armando Sarti che per molti anni \u00e9 stato presidente della Cispel (la \u201cconfederazione\u201d delle aziende municipalizzate dei servizi locali).<\/p>\n<p>Nella introduzione del 13\u00b0 Rapporto della Sudgest, un anno fa, Sarti denunciava il rischio della penetrazione dei monopoli stranieri nei servizi locali e sottolineava come \u201cliberalizzare e privatizzare qualunque sia il periodo di concessione delle reti, rappresenta una grave rinuncia perch\u00e8 si costituirebbero atti impropri e decisioni assunte fuori da una stringente logica di salvaguardia del pubblico interesse. Le reti, quelle dell\u2019acqua e dell\u2019energia, sono parte fondamentale e non separabile dal territorio\u201d (4).<\/p>\n<p>L\u2019ex presidente della Cispel, dunque sembrava aver compreso il segno che stavano prendendo la corsa alla privatizzazione dei servizi locali ovvero un business che, come sosteneva lo stesso Sarti, dopo essere stato considerato per anni un settore secondario e trascurato anche dalla politica, era venuto acquisendo una \u201cinedit\u00e0 centralit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Ma l\u2019assalto alle risorse e ai poteri locali, non pu\u00f2 essere imputato solo ad alcuni nuovi squali delle finanza che si sono gettati come guerriglieri nella privatizzazione di tutti i servizi locali. Emergono infatti le responsabilit\u00e0 del nuovo ceto politico, quello emerso sulla liquidazione del vecchio ceto attraverso Tangentopoli, che sono pesanti ed evidenti.<\/p>\n<p>Il progetto federalista incarna infatti la riorganizzazione istituzionale avviata gi\u00e0 nei primi anni \u201890 e che ha consegnato via via nelle mani dei sindaci e poi dei presidenti delle regioni e delle province poteri sempre\u00a0 crescenti, alimentandone le ambizioni (vedi il \u201cpartito dei sindaci\u201d e poi la \u201clobby dei governatori\u201d) e consentendo di creare una rete di privilegi e di potere che ha creato una nuova classe dirigente ricchissima, arrogante e pericolosa.<\/p>\n<p>La celebrazione di questa nuova classe dirigente viene anticipata gi\u00e0 dal CENSIS che \u00e8 stato un p\u00f2 il mallevadore di questo nuovo ceto politico ed economico locale fortemente integrato con i nuovi processi di riorganizzazione del capitale su base internazionale (l\u2019integrazione europea soprattutto). \u201cIl riformarsi delle classi dirigenti non pu\u00f2 escludere una connessione con i rapidi processi di internazionalizzazione da un lato e di polarizzazione locale dello sviluppo dall\u2019altro, tanto da lasciare spiazzate proprio le fasce di \u00e9lite pi\u00f9 lontane sia dal globale che dal locale\u201d scriveva il CENSIS quattro anni fa .<\/p>\n<p>In questa analisi c\u2019\u00e8 l\u2019esatta fotografia della nuova polarizzazione dei poteri tra una istanza sovranazionale dall\u2019alto (la Commissione e l\u2019Unione Europea) e le istanze di potere locali (le regioni o i land) che schiacciano sia il Parlamento ridotto ormai per il 70% delle sua attivit\u00e0 a ratificare le direttive europee, sia il governo nazionale privato dalle istituzioni europee di quote sempre pi\u00f9 ampie di poteri e di sovranit\u00e0 nazionale (sulla moneta, sui provvedimenti economici e sociali, sulle misure antimonopolistiche che vengono sistematicamente annullate da Bruxelles o Strasburgo).<\/p>\n<p>La nuova classe dirigente \u00e8 dunque \u201ceuropeista\u201d ma fortemente radicata sui poteri locali. E\u2019 fortemente integrata con la politica e lo \u00e8 assai pi\u00f9 che ai tempi del CAF, dando cos\u00ec vita a veri e propri comitati d\u2019affari che prosperano indistintamente con le amministrazioni del centro-destra come con quelle di centro-sinistra, anzi queste ultime hanno dimostrato una maggiore compenetrazione e capacit\u00e0 di anticipazione del processo di formazione di questo ceto politico\/affarista.<\/p>\n<p>Anche il CNEL coglie questo processo di formazione di un nuovo ceto politico dentro le dinamiche realizzatesi negli anni \u201890, dove \u201cva maturando una nuova classe dirigente unita da un tessuto connettivo forte, stratificato, rappresentativo di ogni area sociale. E\u2019 evidente che la nuova classe dirigente trova uno dei suoi punti di forza nella molteplicit\u00e0 degli attori che sono entrati a far parte della dialettica sociale e produttiva\u201d.<\/p>\n<p>Per il CNEL, i nuovi attori sono appunto i soggetti politici ed economici locali che, come diceva Sarti, sono venuti acquisendo nuova centralit\u00e0 &#8211; ad esempio &#8211; anche attraverso il decentramento della concertazione ovvero i Patti Territoriali o i contratti d\u2019area (5).<\/p>\n<p>Tesi come queste, sono alla base di quei paragrafi della nuova legge federalista che spiana la strada alla regionalizzazione dei contratti di lavoro e dello Statuto dei Lavoratori. In sostanza viene rotta l&#8217;unit\u00e0 contrattuale nazionali dei lavoratori e viene cos\u00ec introdotto un ulteriore elemento di disgregazione della rigidit\u00e0 della forza lavoro che, bene o male, nei parametri dei contratti nazionali di lavoro e nello Statuto dei Lavoratori aveva dei punti di riferimento e resistenza uguali su tutto il territorio nazionale.<\/p>\n<p><b>I nuovi boiardi<\/b><\/p>\n<p>Una analisi su chi siano coloro che hanno tratto benefici, arricchimento e potere dalla riorganizzazione federalista e dall\u2019assalto ai servizi locali, rivela uno spaccato di figure sociali ed istituzionali che reggono nelle proprie mani quote crescenti di poteri e di ricchezza pubblica \u201cprivatizzata\u201d.<\/p>\n<p>E\u2019 infatti ancora la \u201cpolitica\u201d , nonostante affermi il contrario, il terminale che smista i nuovi poteri e le risorse. Le privatizzazioni e le esternalizzazioni dei servizi mantenendo agli enti locali i soli compiti di \u201cprogettazione\u201d, \u00e8 stato l\u2019arnese da scasso con cui sono state costruite le nuove lobby politico\/finanziarie. L\u2019aziendalizzazione selvaggia dei Comuni e degli enti locali, ha offerto ad esse uno spazio di manovra illimitato.<\/p>\n<p>Esiste ormai una pletora di consulenti, dirigenti degli enti locali, dirigenti delle ASL, di managers del no profit, di amministratori locali e di managers e amministratori delle aziende locali privatizzate, che costituiscono un blocco sociale che dispone di redditi elevatissimi, di pacchetti azionari, di prebende e di complicit\u00e0 strettissime. Costoro gi\u00e0 governano o si apprestano a governare la \u201cnuova centralit\u00e0 dei poteri locali\u201d disponendo di una spesa pubblica crescente grazie al federalismo e di un sistema di potere blindato dalle riforme istituzionali ed elettorali, riforme che hanno introdotto il sistema maggioritario a livello locale ancora prima che a livello centrale.<\/p>\n<p>Un esempio in tal senso viene da un episodio locale ma emblematico.<\/p>\n<p>Alcuni anni fa, anticipando una scelta che si estender\u00e0 poi ad altri comuni (soprattutto di centro-sinistra, sic!), l\u2019amministrazione comunale di Bologna, decide di privatizzare le farmacie comunali. Qualche anno dopo si viene a scoprire che l\u2019ex city-manager del comune di Bologna, il sig. Sante Fermi, \u00e8 diventato l\u2019amministratore delegato della Gehe, una multinazionale tedesca della distribuzione farmaceutica, che si sta accaparrando sistematicamente tutte le ex farmacie comunali privatizzate di Bologna, di Milano e di Cremona.<\/p>\n<p>E\u2019 doveroso sottolineare come all\u2019epoca delle privatizzazioni e dell&#8217;amministrazione manageriale del comune del sig. Fermi, al governo della citt\u00e0 non c\u2019era il bottegaio Guazzaloca ma\u00a0 gli \u201cefficenti amministratori\u201d dei DS .<\/p>\n<p>Analogamente, il modello Lombardia di Formigoni, si compenetra assai profondamente con quello delle giunte di centro-sinistra, nella gestione della sanit\u00e0, lasciando sempre maggiore mano libera ai privati nella acquisizione\u00a0 e gestione degli ospedali. Se il presidente della giunta lombarda \u201cha fatto la felicit\u00e0 e spesso anche la fortuna degli imprenditori ospedalieri privati\u201d scrive l\u2019inserto economico del maggiore quotidiano italiano \u201cquasi tutte le regioni, dal Piemonte al Veneto, fino alla giunte uliviste di Toscana ed Emilia-Romagna, sembrano concedere pi\u00f9 libert\u00e0 d\u2019azione agli ospedali privati\u201d sostiene il Corriere della Sera.<\/p>\n<p>La ciliegina sulla torta di questo processo di privatizzazione\/aziendalizzazione della sanit\u00e0, viene ancora una volta dalla \u201cpolitica\u201d. Abbiamo infatti scoperto che un recente decreto ministeriale i dirigenti delle ASL si vedranno raddoppiare lo stipendio che potr\u00e0 arrivare fino a 430 milioni all\u2019anno. Il provvedimento non riguarda solo i manager delle aziende del Servizio Sanitario Nazionale (ASL e ospedali scorporati) ma anche le altre due figure della \u201ctriade di comando\u201d cio\u00e8 il direttore sanitario e il direttore amministrativo che per\u00f2 guadagneranno&#8230;.il 25% in meno del loro capo (guadagneranno cos\u00ec solo 307 milioni all\u2019anno).<\/p>\n<p>Il contratto per il direttore generale \u00e8 un contratto di diritto\u00a0 privato di durata non inferiore a tre e non superiore ai cinque anni, rinnovabile, il suo incarico \u00e8 per\u00f2 incompatibile con incarichi politici o amministrativi locali e nazionali.<\/p>\n<p>I tre elementi indicati, messi in relazione allo stato del servizio sanitario offerto agli utenti e alle condizioni di lavoro e salariali dei lavoratori della sanit\u00e0, danno perfettamente l\u2019idea di quanto gli interessi materiali e morali della nuova classe dirigente confliggano apertamente con quelli della collettivit\u00e0.<\/p>\n<p><b>\u00a0Tra Nuova Tangentopoli e le contee di Nottigham<\/b><\/p>\n<p>Ma la nostra inchiesta non pu\u00f2 che allargarsi ad altri campi in cui i nuovi boiardi del federalismo sono passati all\u2019assalto della ricchezza sociale.<\/p>\n<p>Recentemente, la Corte dei Conti ha condannato l\u2019ex Sindaco di Roma Rutelli e la Giunta, a risarcire circa 3 miliardi e mezzo di lire le casse comunali, per i soldi spesi in consulenze esterne.<\/p>\n<p>La condanna del tribunale contabile ha suscitato un vespaio, soprattutto perch\u00e8 la distribuzione delle parcelle d\u2019oro ai consulenti \u00e8 un fenomeno assai diffuso ed utilizzato da quasi tutte le amministrazioni locali di medie\/gradi dimensioni e che ha dato vita ad un nuovo modello di Tangentopoli, sostituendo l\u2019assegnazione degli appalti con l\u2019assegnazione di consulenze agli amici e agli amici degli amici. Rutelli si \u00e8 difeso come Craxi sostenendo che&#8230;.fanno tutti cos\u00ec.<\/p>\n<p>Ma questo delle consulenze, \u00e8 uno degli effetti pi\u00f9 evidenti dell\u2019introduzione di leggi \u201cfederaliste\u201d (la 142\/90 ma anche la127\/97 voluta da Bassanini) che assegnano maggiori poteri ai sindaci e agli esecutivi locali: \u201cGran parte di queste flotte di consulenze sfugge alla rete dei controlli\u201d scrive infatti il Sole 24 Ore \u201c soprattutto da quando le delibere sfuggono al controllo dei Coreco\u201d (i comitati regionali di controllo, NdR) sulla base della nuove leggi. Secondo la relazione del procuratore regionale della Corte dei Conti del Piemonte, il ricorso alle consulenze esterne \u00e8 diventato talmente frequente da assorbire buona parte del bilancio dei singoli enti .<\/p>\n<p>Ma un\u2019altra fonte di business e prebende \u201clocali\u201d incentivati e poi legittimati dalla riforma federalista \u00e8 quello delle esattorie locali.<\/p>\n<p><b>Gli sceriffi di Nottigham<\/b><\/p>\n<p>(numero di sportelli delle concessionarie per la riscossione dei tributi locali)<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Campania<\/td>\n<td>94<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Emilia-Romagna<\/td>\n<td>59<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Lazio<\/td>\n<td>65<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Lombardia<\/td>\n<td>178<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Marche<\/td>\n<td>28<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Piemonte<\/td>\n<td>87<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Puglia<\/td>\n<td>85<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Sicilia<\/td>\n<td>55<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Toscana<\/td>\n<td>67<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Veneto<\/td>\n<td>95<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(Fonte: Ascotributi)<\/p>\n<p>Anche qui \u00e8 stata una inchiesta della magistratura (la Procura di Latina) a scoperchiare un verminaio sul quale il governo Amato si \u00e8 affrettato a rimetterci sopra un macigno liquidando il potere di controllo del Ministero delle Finanze sulle societ\u00e0 che gestiscono le esattorie comunali.<\/p>\n<p>Lo scandalo \u00e8 scoppiato con l\u2019inchiesta sulla societ\u00e0 che gestiva l\u2019esattoria nel Comune di Aprilia (anche qui una giunta di centro-sinistra e con il PRC in maggioranza).<\/p>\n<p>In questo caso, la A.Ser. societ\u00e0 indicata dal Consiglio Comunale di Aprilia per la riscossione dei tributi comunali (ICI, Tarsu, Tosap, ICP) riscuoteva un \u201caggio\u201d del 30% sui tributi riscossi invece dell\u20191,5% previsto dalla legge. Alla stessa societ\u00e0 verr\u00e0 poi affidato il servizio di riscossione anche da parte di altri comuni del Lazio (dove la maggioranza \u00e8 invece di destra). La gestione privata della riscossione, ha fatto s\u00ec che alla fine, l\u2019aggio che i soci privati dell\u2019A.Ser. si distribuiscono tra loro arrivi fino al 70%. Ovvero la gran parte dei tributi comunali che i cittadini versano all\u2019amministrazione. E\u2019 una truffa? No \u00e8 quello che consente un\u2019altra \u201clegge federalista\u201d, la 446\/97 (anche qui voluta da Bassanini) che da via libera ai Comuni nell\u2019affidare la riscossione dei propri tributi a societ\u00e0 private o miste con soci iscritti ad un albo apposito.<\/p>\n<p>Le richieste di chiarimento del Ministero delle Finanze al Comune di Aprilia oltre a subire gli strali della\u201dpolitica\u201d( Di Pietro ha difeso quelli di Aprilia come bravi amministratori \u201cmessi in cattiva luce\u201d dal Ministero) restano senza risposte .<\/p>\n<p>Il caso di Aprilia non \u00e8 affatto un caso isolato ma \u00e8 piuttosto un episodio venuto alla luce di quello che l\u2019inserto enti locali del Sole 24 Ore chiama un \u201cfar west\u201d e che ha come posta in gioco un business di ben 80.000 miliardi di tributi comunali. \u201cUn mondo senza regole dove vige la legge del pi\u00f9 forte: ecco come si presenta oggi il mercato delle entrate locali, la cui riscossione fa gola a tutti\u201d.<\/p>\n<p>Un Far west su cui dal gennaio 2001, grazie al federalismo amministrativo voluto dal governo di centro-sinistra e votato consociativamente da destra e sinistra in Parlamento, il Ministero delle Finanze non potr\u00e0 pi\u00f9 mettere il naso !!!<\/p>\n<p>Dunque oltre i manager della sanit\u00e0 e i consulenti strapagati, il federalismo ci regala anche esattori strapagati,\u00a0 novelli gabellieri che, come riporta una inchiesta del quotidiano romano \u201cIl Messaggero\u201d, non vanno tanto per il sottile nella riscossione dei tributi comunali visto che sono motivati dal \u201cloro aggio\u201d cio\u00e8 da un interesse privato assai congruo. E\u2019 uno scenario da Sceriffo di Nottigham al quale per\u00f2, purtroppo, ancora manca Robin Hood.<\/p>\n<p><b>La cooptazione degli apparati dirigenti<\/b><\/p>\n<p>La nuova mappa dei poteri federali, non ha coinvolto solo gli amministratori ed il ceto politico ma ha dovuto cooptare anche l\u2019apparato degli enti locali. Trattasi dei dirigenti, degli alti funzionari, dei segretari\/direttori generali, di coloro che conoscono la macchina amministrativa fin dentro l\u2019ultimo suo ingranaggio e che in alcune occasioni hanno tenuto in scacco i nuovi arrivati (sindaci, presidenti, assessori). Con il federalismo \u00e8 diventato possibile cooptarli, pagarli profumatamente, farli partecipare al grande gioco&#8230;.e soddisfarne le ambizioni. Anche in questo si sono rivelati fondamentali il ministro Bassanini e le sue riforme.<\/p>\n<p>Come abbiamo visto in precedenza, secondo alcune sezioni locali della Corte dei Conti denunciano che le spese per i \u201cconsulenti esterni\u201dspesso assorbono buona parte dei bilanci degli enti locali. Un recente studio della stessa Corte dei Conti, rileva come in media il 34% dei bilanci se ne vada per pagare il personale. Alcuni corifei dell\u2019anti-statalismo approfittano di questi dati per rinnovare i loro attacchi contro \u201cl\u2019elevato numero di dipendenti nelle amministrazioni locali\u201d ma una indagine che vada appena un p\u00f2 in profondit\u00e0 rivela una realt\u00e0 ben diversa.<\/p>\n<p>Innanzitutto le recenti leggi finanziarie hanno imposto la riduzione sistematica &#8211; anno per anno &#8211; dei dipendenti che sono gi\u00e0 diminuiti di 15.000 unit\u00e0 dal 1997 ad oggi. Gli unici ad andare in controtendenza sono stati i dirigenti, passati da 6.658 a 6.808 solo nelle Province, nei Comuni e nelle Comunit\u00e0 montane mentre nelle Regioni i dirigenti sono saliti a 3.891 unit\u00e0 su un totale di 42.669 dipendenti.<\/p>\n<p>Infatti \u00e8 proprio nelle Regioni che il rapporto tra numero di dirigenti e numero di lavoratori \u201ccomuni mortali\u201d \u00e8 assai pi\u00f9 elevato che in Comuni e Province. Se nei Comuni il rapporto \u00e8 inferiore all\u20191%, nelle Regioni sale ad una media del 9,1%. Le conseguenze sul \u201ccosto del lavoro\u201d si fanno sentire notevolmente perch\u00e8 i dirigenti delle Regioni guadagnano da un minimo di 96 milioni all\u2019anno (Abruzzo, dati del 1998) ad un picco di 133 e mezzo (Veneto). L\u2019incremento \u201csalariale\u201d per i dirigenti tra il \u201894 e il \u201898 \u00e8 stato del 42,6%, quello per i lavoratori del 15,8%, tenendo conto che la media tra i lavoratori deve darsi tra il II\u00b0 e l\u2019VIII\u00b0 livello, si pu\u00f2 ricavare facilmente la divaricazione tra i redditi di un dirigente e quelli di un funzionario, di un impiegato o di un usciere ovvero tra i \u201cmedi\u201d della nuova fascia B e i \u201creietti\u201d della nuova fascia A. Occorrerebbe aggiungere a questi ultimi i \u201creiettissimi\u201d rappresentati dai lavoratori socialmente utili o i lavoratori interinali a cui stanno ricorrendo sistematicamente le amministrazioni locali sia di centro-destra che di centro-sinistra.<\/p>\n<p>Nelle regioni a statuto ordinario, nel 1994 c\u2019era un dirigente ogni undici dipendenti, nel 1998 c\u2019\u00e8 uno ogni nove. Infatti un rapporto della Conferenza delle Regioni del 1998, denunciava un \u201caumento del costo complessivo del lavoro e situazioni molto differenziate tra Regione e Regione\u201d. Ma segnalava anche che \u201cla retribuzione media annua dei dirigenti regionali \u00e8 passata dai 76 milioni del \u201894 agli attuali 108 milioni del 1998\u201d.<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><b>Le Regioni con pi\u00f9 dirigenti<\/b><\/td>\n<td><b>Le Regioni con meno dirigenti<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><b>Regione<\/b><\/td>\n<td>% sui dipendenti<\/td>\n<td><b>Regione<\/b><\/td>\n<td>% sui dipendenti<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Molise<\/td>\n<td>13,33<\/td>\n<td>Calabria<\/td>\n<td>3,25<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Umbria<\/td>\n<td>11,86<\/td>\n<td>Marche<\/td>\n<td>5,85<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Toscana<\/td>\n<td>11,20<\/td>\n<td>Lazio<\/td>\n<td>6,16<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Piemonte<\/td>\n<td>10,89<\/td>\n<td>Lombardia<\/td>\n<td>6,95<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Media delle regioni a statuto ordinario: 9,12%<\/p>\n<p><i>(Fonte: Conferenza dei Presidenti delle Regioni)<\/i><\/p>\n<p>Nei Comuni la percentuale media \u00e8 di 1 dirigente ogni 100 lavoratori mentre nelle Province si sale ad 1 ogni 40 lavoratori .<\/p>\n<p>Il boom della dirigenza, cos\u00ec come quello dei consulenti e degli esattori, \u00e8 una conseguenza diretta delle leggi federaliste di questi dieci anni.<\/p>\n<p>Oggi una \u201cdeterminazione dirigenziale\u201d conta quanto e pi\u00f9 di una delibera. Con la privatizzazione del rapporto di lavoro anche nel pubblico impiego, i poteri dei dirigenti sul personale sono estesissimi e discrezionali. E\u2019 potere dall\u2019alto contro il basso del quale i dirigenti rispondono solamente ed individualmente al sindaco o ai presidenti di province e regioni.<\/p>\n<p>Dunque nella nuova classe dirigente federalista, si devono iscrivere anche questi quasi undicimila pretoriani delle amministrazioni locali, i cui interessi sono inversamente proporzionali a quelli dei lavoratori pubblici a loro sottoposti e degli utenti dei servizi da loro gestiti, perch\u00e8 ai dirigenti viene aumentato il bonus individuale sulla base dei risparmi di gestione del budget a loro assegnato. Meno spender\u00e0 il loro dipartimento (in retribuzioni del personale o spese di gestione) e pi\u00f9 porteranno a casa a fine anno. Nascono cos\u00ec quei surplus di reddito che viene investito in azioni, in titoli di stato o in fondi di investimento che i commentatori chiamano \u201crisparmio gestito delle famiglie\u201d e che \u00e8 pi\u00f9 corretto definire come ricchezza sociale rubata ai lavoratori e agli utenti dei servizi.<\/p>\n<p><b>Composizione di classe e costi del nuovo ceto politico<\/b><\/p>\n<p>Ogni nuova classe dirigente ha occupato sistematicamente i posti di comando e quelli di prestigio. Il ceto politico post-Tangentopoli non fa eccezione. Fa solo una differenza: oggi si fa pagare di pi\u00f9 e direttamente in busta paga per smarcarsi dal vecchio ceto politico che invece ricorreva \u201cad altri mezzi\u201d.<\/p>\n<p>Come si \u00e8 visto in precedenza, la modernizzazione della \u201cpolitica\u201d e l\u2019assalto al potere della nuova classe dirigente, \u00e8 avvenuta prima a livello locale e poi a livello centrale.<\/p>\n<p>Sindaci, presidenti, assessori, consiglieri, si sono dotati di risorse finanziarie adeguate per apparire \u201cincorruttibili\u201d ed efficienti. Ma la realt\u00e0 ci dice che oggi assai pi\u00f9 che ieri, la rappresentanza politica si \u00e8 via via concentrata su \u00e9lite sociali sempre pi\u00f9 ristrette e su una partecipazione elettorale che somiglia sempre meno al suffragio universale e sempre pi\u00f9 al voto censuario .<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>Quali settori sociali compongono il Parlamento<\/b><\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\">Camera<\/td>\n<td colspan=\"4\">Senato<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>1994<\/td>\n<td>1996<\/td>\n<td><\/td>\n<td>1994<\/td>\n<td>1996<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\n<p>Imprenditori<\/p>\n<p>Managers<\/td>\n<td>\n<p>8,4<\/p>\n<p>3,3<\/td>\n<td>\n<p>8,1<\/p>\n<p>3,3<\/td>\n<td>\n<p>Imprenditori<\/p>\n<p>Managers<\/td>\n<td>\n<p>10,5<\/p>\n<p>2,9<\/td>\n<td>\n<p>5,7<\/p>\n<p>2,5<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Professionisti<\/td>\n<td>26,9<\/td>\n<td>22,6<\/td>\n<td>Professionisti<\/td>\n<td>25,2<\/td>\n<td>27,7<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Dirigenti pubblici<\/td>\n<td>4,9<\/td>\n<td>6,0<\/td>\n<td>Dirigenti pubblici<\/td>\n<td>9,9<\/td>\n<td>11,4<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Docenti Uiversitari<\/td>\n<td>8,6<\/td>\n<td>9,7<\/td>\n<td>Docenti universitari<\/td>\n<td>17,2<\/td>\n<td>18,1<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\n<p>Insegnanti<\/p>\n<p>Operai<\/p>\n<p>Dip.pubblici<\/td>\n<td>\n<p>10,5<\/p>\n<p>1,6<\/p>\n<p>5,4<\/td>\n<td>\n<p>9,4<\/p>\n<p>2,1<\/p>\n<p>7,8<\/td>\n<td>\n<p>Insegnanti<\/p>\n<p>Operai<\/p>\n<p>Dip. pubblici<\/td>\n<td>\n<p>10,5<\/p>\n<p>1,1<\/p>\n<p>4,1<\/td>\n<td>\n<p>9,8<\/p>\n<p>1,3<\/p>\n<p>8,6<\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(Fonte: elaborazione del Circop, Universit\u00e0 di Siena)<\/p>\n<p>La composizione sociale del Parlamento, quello che, tra le altre cose, ha varato la riforma federalista dello Stato, vede dunque rappresentata una stragrande maggioranza di settori sociali ricchi, con redditi elevati e con interessi materiali confliggenti con quelli dei lavoratori salariati, dei disoccupati\/precari o dei pensionati.<\/p>\n<p>Il deputato semplice, il peone che alza la mano su indicazione del suo capogruppo, si porta a casa da un minimo di 16 milioni ad un massimo di 24 milioni al mese (per via delle diarie, dei rimborsi viaggio e delle spese di rappresentanza). I deputati che invece hanno incarichi (vice-presidente della Camera, questore, presidente di Commissione) aggiungono a questi altre indennit\u00e0 che vanno da un massimo di 8.813.713 ad un minimo di 5.675.761 lire mensili.<\/p>\n<p>La segnalazione di queste cifre e la loro connessione con la composizione sociale del Parlamento, non \u00e8 un cedimento a tentazioni qualunquiste ma \u00e8 una fotografia che serve per comprendere il contesto in cui vengono discusse, prese, votate o semplicemente ratificate decisioni importanti.<\/p>\n<p><b>Il costo degli amministratori locali<\/b><\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td>COMUNI<\/td>\n<td>Inden. mensile sindaci (lorda)<\/td>\n<td>Gettoni presenza consiglieri<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>fino a 1.000 abitanti<\/td>\n<td>2.500.000<\/td>\n<td>33.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>da 10.000 a 30.000<\/td>\n<td>6.000.000<\/td>\n<td>43.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>da 50.000 a 100.000<\/td>\n<td>8.000.000<\/td>\n<td>70.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>da 250 a 500.000<\/td>\n<td>11.200.000<\/td>\n<td>115.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>oltre i 500.000<\/td>\n<td>15.100.000<\/td>\n<td>200.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>PROVINCE<\/td>\n<td>Ind.mensile presidenti (lorda)<\/td>\n<td>Gettoni presenza consiglieri<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>fino a 250.000 abitanti<\/td>\n<td>8.000.000<\/td>\n<td>70.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>da 500 a 1.000.000<\/td>\n<td>11.200.000<\/td>\n<td>150.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>oltre 1.000.000<\/td>\n<td>13.500.000<\/td>\n<td>200.000<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Occorre sottolineare che i gettoni di presenza dei consiglieri non vengono elargiti solo in occasione delle sedute dei consigli comunali o provinciali, ma anche per le riunioni delle commissioni di cui ogni consigliere fa parte. Per cui \u00e8 chiaro che se l\u2019amministratore di un piccolo comune non pu\u00f2 \u201ccampare\u201d con la retribuzione istituzionale della sua attivit\u00e0, gli amministratori e i consiglieri dei grandi centri urbani cominciano a percepire redditi assai superiori a quelli di un lavoratore dipendente.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>I \u201cgovernatori delle regioni\u201d e le loro corti<\/b><\/p>\n<p>(indennit\u00e0 mensile lorda)<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td>Regione<\/td>\n<td>Presidente<\/td>\n<td>Membro Giunta<\/td>\n<td>Consigliere<\/td>\n<td>\n<p>Diaria mensile<\/p>\n<p>consiglieri<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Campania<\/td>\n<td>17.384.155<\/td>\n<td>15.452.582<\/td>\n<td>12.555.223<\/td>\n<td>4.617.671(max)<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Emilia-Romagna<\/td>\n<td>19.315.728<\/td>\n<td>16.901.262<\/td>\n<td>12.555.223<\/td>\n<td>4.884.304(max)<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Lazio<\/td>\n<td>19.315.728<\/td>\n<td>16.418.369<\/td>\n<td>12.555.223<\/td>\n<td>3.575.715<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Lombardia<\/td>\n<td>19.315.728<\/td>\n<td>16.418.369<\/td>\n<td>12.555.223<\/td>\n<td>3.575.715<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Sicilia<\/td>\n<td>32.243.838<\/td>\n<td>27.895.838<\/td>\n<td>19.201.838<\/td>\n<td>5.501.100<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Veneto<\/td>\n<td>19.315.728<\/td>\n<td>16.418.369<\/td>\n<td>12.555.223<\/td>\n<td>3.575.715<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Come si pu\u00f2 verificare attraverso i precedenti dati, il nuovo ceto politico \u00e8 ancora numeroso ed \u00e8 sicuramente ricco. Ha comunque a disposizione risorse finanziarie che gli consentono di comprare azioni delle aziende privatizzate, di \u201cguardare al mercato\u201d senza\u00a0 l\u2019insicurezza che domina gran parte dei settori popolari o di non vedere come problema il semplice aumento di ventimila lire mensili del servizio di refezione scolastica o l\u2019introduzione delle addizionali Irpef per regioni, comuni e province.<\/p>\n<p>Il ceto politico ha un atteggiamento morale e materiale assai diverso da quello dei lavoratori dipendenti o dei pensionati, ai quali magari viene riconosciuto un aumento contrattuale di 35.000 lire medie e lorde che viene immediatamente azzerato dal ritocco di qualche tariffa dei servizi pubblici locali (dalla nettezza urbana alla refezione etc.) o nazionali (gas, elettricit\u00e0, canone Telecom etc.).<\/p>\n<p>Questa incomunicabilit\u00e0 tra ceto politico nazionale e locale e settori sociali, negli anni \u201890 \u00e8 diventata ancora pi\u00f9 profonda. Il sistema maggioritario e il bipolarismo hanno infatti rotto anche quel meccanismo distorto di rapporto tra politica e societ\u00e0 che era il voto di scambio. Il problema \u00e8 che l\u2019hanno sostituito con l\u2019arroganza, l\u2019inamovibilit\u00e0 e la divaricazione tra ceto politico e societ\u00e0.<\/p>\n<p>La componente politica della nuova classe dirigente \u00e8 dunque \u201cnemica del popolo\u201d ma non \u00e8 la sola e neanche la peggiore.<\/p>\n<p><b>I managers del federalismo<\/b><\/p>\n<p>Infine, ma non certo per importanza, si arriva ai peggiori di tutti: i managers e gli amministratori delle aziende locali privatizzate o delle nuove aziende del \u201cnon profit\u201d.<\/p>\n<p>Costoro, a differenza dei segmenti indicati antecedentemente, non vengono pi\u00f9 nominati dagli amministratori ma dagli azionisti di riferimento (incluse, l\u00ec dove sopravvivono quote azionarie, le amministrazioni locali che hanno privatizzato le aziende) o dai donatori delle aziende \u201cnon profit\u201d.<\/p>\n<p>Ma per inquadrare questi protagonisti emergenti della \u201cnuova classe dirigente federalista\u201d, occorre avere una idea della posta in gioco.<\/p>\n<p><b>Il business dei servizi locali<\/b><\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td>\n<p><b>Servizi<\/b><\/p>\n<p><b>erogati<\/b><\/td>\n<td><b>Numero di aziende<\/b><\/td>\n<td>\n<p><b>Utenti<\/b><\/p>\n<p><b>(mln)<\/b><\/td>\n<td>\n<p><b>Costi<\/b><\/p>\n<p><b>(mld)<\/b><\/td>\n<td>\n<p><b>Fatturato<\/b><\/p>\n<p><b>(mld)<\/b><\/td>\n<td><b>Dipendenti<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Igiene urbana<\/td>\n<td>155<\/td>\n<td>25<\/td>\n<td>4.070<\/td>\n<td>4.100<\/td>\n<td>34.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Acquedotti<\/td>\n<td>241<\/td>\n<td>42<\/td>\n<td>3.720<\/td>\n<td>4.100<\/td>\n<td>18.500<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Gas<\/td>\n<td>116<\/td>\n<td>15<\/td>\n<td>6.050<\/td>\n<td>6.400<\/td>\n<td>10.500<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Elettricit\u00e0<\/td>\n<td>106<\/td>\n<td>6<\/td>\n<td>2.600<\/td>\n<td>3.000<\/td>\n<td>9.500<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Trasporti<\/td>\n<td>130<\/td>\n<td>48<\/td>\n<td>9.100<\/td>\n<td>7.900<\/td>\n<td>87.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>TOTALE<\/td>\n<td>748<\/td>\n<td>&#8212;<\/td>\n<td>25.540<\/td>\n<td>25.500<\/td>\n<td>159.500<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(Fonte : elaborazione Sole 24 Ore su dati Confservizi-Cispel)<\/p>\n<p>La tabella precedente non fornisce i dati sui profitti ma si possono segnalarne alcuni per averne una idea. Nel 1998, la AEM di Milano ha avuto profitti per 348 miliardi, l\u2019ACEA di Roma per 290, la AEM di Torino per 83 e poi, AMGA di Verona per 69, AGAC di Reggio Emilia per 55 miliardi etc. AEM e ACEA compaiono ormai tra i primi quaranta gruppi industriali italiani (6)<\/p>\n<p>Queste aziende si sono lanciate come corsari nella guerra all\u2019acquisizione di altre aziende in vari settori (inclusa l\u2019UMTS) conformandosi sempre pi\u00f9 come \u201cholding multiutilities\u201d con interessi estesi in Italia e all\u2019estero. Il loro vantaggio \u00e8 la posizione di monopolio che deriva dalle concessioni pubbliche sui servizi locali che gli offre una massa critica di partenza e la possibilit\u00e0 di scaricare sulle tariffe dei servizi gli eventuali \u201cinsuccessi\u201d delle loro scorrerie.<\/p>\n<p>In breve tempo, queste aziende locali privatizzate sono diventate regine delle Borse e riferimento delle acquisizioni azionarie della nuova classe dirigente. Prima di Tangentopoli la nomina dei presidenti delle aziende municipalizzate era oggetto di contenzioso e compromesso tra i partiti che gestivano le giunte locali. Oggi il rapporto tra la politica e questi managers \u00e8 semmai ancora pi\u00f9 diretto ma trasversale all\u2019Ulivo e al Polo. In parte ci\u00f2 ha costruito dei margini di indipendenza tra il business e la politica ma in realt\u00e0 ha integrato ancora di pi\u00f9 che in passato la seconda con il primo. E\u2019 il sistema della lobbies che caratterizza il modello americano.<\/p>\n<p>\u201cPotente, aggressiva e soprattutto trasversale. E\u2019 la lobby delle ex-municipalizzate. Una rete di intrecci e alleanze tra imperi economici comunali che sta avvolgendo l\u2019Italia e calamitando sempre pi\u00f9 su di se affari e denari\u201d .<\/p>\n<p>\u201cSettori come quelli dell\u2019energia elettrica e del gas, del teleriscaldamento, del trattamento dei rifiuti costituiscono da qualche anno business assai appetibili, anche perch\u00e8 tutti caratterizzati da elevato potere di mercato (se non, ancora, da monopolio legale) .<\/p>\n<p>Questi commenti non sono nostri ma degli inserti economici dei due maggiori quotidiani italiani, non imputabili quindi a simpatie anticapitaliste o antifederaliste. Essi fotografano una realt\u00e0 che il federalismo liberista sembra intenzionato a peggiorare ulteriormente nei prossimi anni anche in settori come quelli dell\u2019acqua e dei rifiuti (7).<\/p>\n<p>La possibilit\u00e0 di poter ormai intervenire liberamente sulle tariffe, assicura infatti agli investitori un business e profitti pressoch\u00e8 sicuri.<\/p>\n<p>Le tariffe dell\u2019acqua, secondo la Federconsumatori, sono gi\u00e0 aumentate del 26,5% negli ultimi cinque anni. Notizie diffuse quasi anonimamente a luglio parlano di aumenti prevedibili delle tariffe dell&#8217;acqua del 100%. Tutto lascia prevedere che la concentrazione dei gestori prevista e legittimata dalla Legge Galli e dalla liberalizzazione imposta da Bruxelles, spianeranno la strada all\u2019assalto dei monopoli italiani (ENEL, ACEA etc.) e stranieri (Vivendi e General des Eau soprattutto) e ad un pesante aumento delle tariffe.<\/p>\n<p>Il giro d\u2019affari sull\u2019acqua rasenta i 100.000 miliardi di lire e le grandi manovre &#8211; vedi l\u2019Acquedotto Pugliese, l\u2019Acquedotto De Ferrari a Genova, gli acquedeotti di Arezzo, Latina, Forsinone e della Calabria &#8211; sono gi\u00e0 cominciate.<\/p>\n<p>Anche la nettezza urbana \u00e8 destinata a diventare preda di questi corsari della finanza e dei servizi locali. Il passaggio da tassa a tariffa consegner\u00e0 presto il servizio nelle mani dei privati che potranno contare su un aumento delle tariffe che potrebbe raggiungere anche il 200%. In questo scenario appare difficile sperare, come cantava De Andr\u00e9, che dal letame possano nascere fiori.<\/p>\n<p><b>La sussidiariet\u00e0: una clava contro il carattere sociale dei servizi<\/b><\/p>\n<p>Questi nuovi protagonisti dell\u2019assalto ai servizi pubblici, hanno impugnato come una clava la parola magica agitata dagli apprendisti stregoni del federalismo liberista: la sussidiariet\u00e0.<\/p>\n<p>I servizi pubblici, secondo questa interpretazione, devono essere gestiti dai soggetti privati perch\u00e8 altrimenti rappresenterebbero un carico per le comunit\u00e0 locali che solo la privatizzazione potrebbe risolvere in termini di efficenza ed economicit\u00e0.<\/p>\n<p>Tale processo di trasformazione dello Stato e di smantellamento del <i>welfare state <\/i>si \u00e8 dotato di un apparato culturale ed ideologico che ne legittima e nobilita l&#8217;opera: \u00e8 il modello fondato sul terzo settore o <i>no profit <\/i>sul quale si sono dislocate forze, risorse economiche e finanziarie ma anche forti apparati ideologici che sono penetrati a fondo nella cultura della \u00absinistra\u00bb.<\/p>\n<p>Sulla valorizzazione e crescita del non profit, si \u00e8 schierato un fronte amplissimo con progetti ed interessi diversi e complessi che va dalla Confindustria ai settori cattolici, dalla sinistra istituzionale ai centri sociali, dalle fondazioni bancarie ad intellettuali \u00abantagonisti\u00bb.<\/p>\n<p>Di fatto lo sviluppo del Terzo settore \u00e8 diventato pienamente organico ai piani di ristrutturazione del mercato del lavoro (precarizzazione e flessibilit\u00e0 del lavoro e del salario) e dello smantellamento dello Stato sociale (privatizzazioni e riduzione a quota minimo dei servizi e dei settori coperti).<\/p>\n<p>Per comprendere tale processo, sarebbe sufficiente mettere uno dietro l&#8217;altro i seguenti fattori:<\/p>\n<p>a) l&#8217;impiego di personale volontario e motivato o di personale sottopagato e ricattato;<\/p>\n<p>b) la privatizzazione dei servizi sociali con gare d&#8217;appalto al massimo ribasso dei costi;<\/p>\n<p>c) la capacit\u00e0 di gestione dei servizi flessibile e diffusa nel territorio;<\/p>\n<p>d) la riduzione della disoccupazione con crescita del lavoro \u00abatipico\u00bb.<\/p>\n<p>La priorit\u00e0 tra universalit\u00e0 del servizio pubblico e interesse privato viene cos\u00ec invertita favorendo il secondo e sancendo contestualmente il disimpegno del soggetto pubblico (Stato o ente locale) dalle proprie responsabilit\u00e0 nel patto con i cittadini.<\/p>\n<p>Questo assioma, diventato una sorta di vangelo, indica il nesso tra i managers e gli amministratori delle aziende locali privatizzate e i managers e gli amministratori delle societ\u00e0 non profit, societ\u00e0 esplose negli ultimi anni e che hanno avuto proprio nell\u2019Emilia-Romagna il loro laboratorio ideologico e l\u2019incubatoio pratico.<\/p>\n<p><b>Tra business e volontariato: radiografia del non profit <\/b><\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td>Associazioni<\/td>\n<td>15.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Cooperative<\/td>\n<td>\u00a0 5.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Fondazioni<\/td>\n<td>\u00a0 2.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Fodazioni bancarie<\/td>\n<td>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 88<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Fatturato aggregato del no profit<\/td>\n<td>3.000 miliardi<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Totale lavoratori occupati<\/td>\n<td>690.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Lavoratori remunerati<\/td>\n<td>100.000<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Fatturato terzo settore % sul PIL<\/td>\n<td>2,7%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Volontari<\/td>\n<td>5,5 milioni<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(fonte: Sole 24 Ore del 25.9.2000)<\/p>\n<p>A chi giova allora il non profit? Sicuramente ai dirigenti degli enti tramite tutta la tradizionale serie di vantaggi e benefit personali con tanto di evasione fiscale. In secondo luogo alle banche e al sistema creditizio che trovano cos\u00ec ottimi clienti nei singoli enti, essendo questi strutturalmente sofferenti di \u00abbassa capitalizzazione\u00bb e costretti a far fronte a consistenti oneri finanziari.<\/p>\n<p>Dunque, tra consiglieri di amministrazioni delle cooperative, delle fondazioni e delle associazioni, si \u00e8 sviluppato un piccolo esercito di almeno 40.000 managers della buona fede, alcuni di nome, altri di fatto. E\u2019 un esercito destinato a crescere &#8211; stando a tutte le proiezioni- ma anche a ridurre a infima minoranza coloro che danno al non profit una dimensione fortemente etica.<\/p>\n<p>La trasformazione di questi amministratori del Terzo settore in veri e propri gestori di quote crescenti di ricchezza sociale sta nei fatti.<\/p>\n<p>Da un lato il dogma della sussidiariet\u00e0 affider\u00e0 sempre pi\u00f9 a costoro la gestione dei servizi sociali \u201cesternalizzati\u201d dalle amministrazioni locali, dall\u2019altro -essendo un settore in sviluppo recettivo di quote crescenti di finanziamenti pubblici e privati in linea con il modello amerikano- sul terzo settore si stanno attrezzando i panzer delle fondazioni bancarie e delle fondazioni private (che spesso veicolano e riciclano soldi in funzione di trattamenti fiscali pi\u00f9 favorevoli).<\/p>\n<p>La Fondazione Cariplo (la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde), con un patrimonio di 14.000 miliardi \u00e8 gi\u00e0 oggi \u00e8 all\u2019ottavo posto nel mondo tra le societ\u00e0 operanti nel non profit dopo sei societ\u00e0 americane ed una inglese (precede addirittura fondazioni storiche come la Rockfeller e la Kellog) .<\/p>\n<p>I corsari delle fondazioni bancarie e private, lamentano l\u2019eccessiva dipendenza delle societ\u00e0 non profit dal settore pubblico e invocano mano libera e stretta connessione al mondo delle imprese \u201cprofit\u201d vere e proprie.<\/p>\n<p><b>I profitti delle maggiori Fondazioni<\/b><\/p>\n<p>(in miliardi di lire)<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><b>Cariplo:<\/b>\u00a0 661<\/td>\n<td><b>MPS: <\/b>\u00a0532<\/td>\n<td><b>S.Paolo:<\/b>\u00a0 480<\/td>\n<td><b>Cariverona: <\/b>\u00a0378<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><b>Gli attivi delle Fondazioni bancarie<\/b><\/p>\n<p>(in miliardi di lire)<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><b>1996\/97:<\/b><\/td>\n<td>51.890<\/td>\n<td><b>1997\/98:<\/b><\/td>\n<td>53.428<\/td>\n<td><b>1998\/99:<\/b><\/td>\n<td>59.700<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><b>Dove investono le Fondazioni nel settore \u00abnon profit\u00bb<\/b><\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><b>Cultura<\/b><\/td>\n<td>34,6%<\/td>\n<td><b>Assistenza<\/b><\/td>\n<td>13,4%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><b>Volontariato<\/b><\/td>\n<td>12,1%<\/td>\n<td><b>Istruzione<\/b><\/td>\n<td>12,4%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><b>Sanit\u00e0<\/b><\/td>\n<td>9,1%<\/td>\n<td><b>Ricerca<\/b><\/td>\n<td>7,8%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><b>Altro<\/b><\/td>\n<td>10,4%<\/td>\n<td><\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(Fonte: Sole 24 Ore del 24 agosto 2001)<\/p>\n<p>Il <i>deus ex machina\u00a0 <\/i>del Terzo settore in Italia, Stefano Zamagni, cattolico \u201cprodiano\u201d e docente all\u2019Universit\u00e0 di Bologna, afferma testualmente che si sta delineando una \u201cvia italiana al non profit\u201d adeguato al contesto del nostro paese \u201cdominato dalla presenza delle piccole e medie imprese. Non \u00e8 affatto casuale\u201d aggiunge Zamagni \u201cche in Italia si registri una stretta correlazione tra PMI e iniziative non profit\u201d.<\/p>\n<p>Tra l\u2019invasivit\u00e0 delle fondazioni e il \u201cdominio\u201d delle piccole e medie imprese, il problema del Terzo settore sar\u00e0 sempre pi\u00f9 quello di rendere conto sempre pi\u00f9 ai \u201cdonatori\u201d e sempre meno agli utenti.<\/p>\n<p>E\u2019 il meccanismo micidiale che ha snaturato e cooptato ad esempio la stragrande maggioranza delle ONG attive nella cooperazione internazionale (oggi in Italia ne esistono ben 130 riconosciute dalla Farnesina) fino a renderle in buona parte strumento della politica di smobilitazione nelle aree di conflitto sociale dei paesi in via di sviluppo o strumento di aperta collaborazione con la politica di \u201cingerenza umanitaria\u201d delle maggiori potenze e dei rispettivi Stati Maggiori o servizi segreti (vedi l\u2019Operazione \u201cArcobaleno\u201d in Kossovo o il ruolo delle statunitensi \u201cCare\u201de \u201cIRC\u201d nell\u2019enclave kurda in Iraq).<\/p>\n<p>Su questo uno studioso rigoroso e autorevole come James Petras ha scritto osservazioni che andrebbero pubblicizzate e discusse seriamente (18).<\/p>\n<p>La sussidiariet\u00e0 si rivela cos\u00ec un espediente strettamente connesso al modello liberista e dunque al Profit State. Lo \u00abStato\/comitato d&#8217;affari\u00bb con la riduzione delle spese sociali e del salario sociale globale, ha la possibilit\u00e0 di convogliare sempre pi\u00f9 risorse per le imprese e per i processi di ristrutturazione produttiva e di allargare un mercato diffuso dell&#8217;intervento sociale.<\/p>\n<p>Questa logica \u00e8 stata imposta dall\u2019alto con il processo di unificazione economica e politica europea ed ha trovato un corrispondente diretto nella richiesta di federalismo degli enti locali. In questo, la devolution di Formigoni e Bossi o il documento \u201cIl federalismo preso sul serio\u201d dell\u2019assessore regionale emiliano Mariucci (DS), sono perfettamente compatibili fra loro.<\/p>\n<p>Paradossalmente, ma non troppo, le amministrazioni locali hanno largamente anticipato lo Stato centrale nella realizzazione di questo processo. Solo il \u201cfurore federalista\u201d del ministro Bassanini ed i governi dell\u2019Ulivo hanno infine creato la cornice costistituzionale per portare fino in fondo l\u2019operazione della riforma federale dello Stato.<\/p>\n<p>Questa nuova classe dirigente \u00e8 il frutto avvelenato della modernizzazione capitalistica ed europeistica dell\u2019Italia che porta forte l\u2019impronta e il segno della sinistra di governo, su questo c\u2019\u00e8 un fortissimo nesso tra il Craxi degli \u201880 e il D\u2019Alema negli anni \u201890.<\/p>\n<p>Tra i \u201crampanti craxiani\u201d\u00a0 e i \u201crampanti\u201d ulivisti la sola differenza consiste nel fatto che i secondi hanno scalzato i primi con una operazione politica, culturale ed istituzionale che ha potuto contare su maggiore controllo e consenso sociale.<\/p>\n<p>Il quadro emerso in questi mesi porterebbe a dire che non dobbiamo temere solo i vari Mr.H(a)yde(r) prodotti dalla destra in questa Europa ma anche i numerosi dott. Jekill prosperati con i governi di centro-sinistra a livello locale e centrale. Le loro ricette hanno un ingrediente comune: spianano la strada ad uno Stato \u00abcoercitivo\u00bb, fattore questo fondamentale per lo Stato \u00abcompetitivo\u00bb.<\/p>\n<p>NOTE:<\/p>\n<p><i>(1) Su questo vedi \u201cLe trappole del federalismo\u201d su Proteo nr.3 del 1999 e \u00abIl federalismo dei nuovi boiardi\u00bb in Proteo nr.4 del 2000<\/i><\/p>\n<p><i>(2) Una sintesi del rapporto CNEL \u00e8 uscita sul Sole 24 Ore del 7 dicembre 2000<\/i><\/p>\n<p><i>(3) Indicativo di questa introiezione del modello tedesco \u00e8 il libro \u201cGermanizzazione. Come cambier\u00e0 l\u2019Italia\u201d di Federico Rampini, Laterza 1996 ma anche il libro dell\u2019assessore della Regione Emilia-Romagna Mariucci con prefazione di Bersani \u201cIl Federalismo preso sul serio. Una proposta per l\u2019Italia\u201d.<\/i><\/p>\n<p><i>(4) Introduzione al \u00ab13\u00b0 Rapporto sullo stato dei poteri e dei servizi locali\u00bb 1999, a cura della Sudgest.<\/i><\/p>\n<p><i>(5)\u00a0 CNEL: Laboratori Territoriali. Rapporto sulla concertazione locale,1999<\/i><\/p>\n<p><i>(6) \u201cLe cinquemila societ\u00e0 leader\u201d classifica curata da Morgan Stanley Capital pubblicata come inserto speciale da Milano\/Finanza, novembre 1999<\/i><\/p>\n<p><i>(7) \u201cPiccoli boiardi. Nuovi e federalisti\u201din CorrierEconomia del 23 ottobre 2000 e \u201cIl Comune imprenditore nemico della concorrenza\u201d in Affari e Finanza del 20 novembre 2000.<\/i><\/p>\n<p><i>(8) \u201cLe ambiguit\u00e0 del ruolo delle ONG in America Latina\u201d in\u201dResumen Latinoamericano\u201d dell\u2019aprile 1999. Tradotto e pubblicato in Italia da Contropiano, giugno 1999.<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>V<\/b><\/p>\n<p><b>Lo \u00abStato coercitivo\u00bb<\/b><\/p>\n<p>In quest\u2019ultimo decennio, in Italia si \u00e8 prodotta una mutazione enorme sul piano qualitativo e strategico. L\u2019integrazione europea ha ridisegnato completamente l\u2019apparato statale e decisionale ed ha ristrutturato in profondit\u00e0 la relazione tra economia, societ\u00e0 e Stato. Questo passaggio \u00e8 stato utilizzato come un arnese da scasso per piegare gli interessi materiali del Lavoro rispetto a quelli del Capitale (che \u00e8 indubbiamente quello che ha determinato ed egemonizza il processo di costituzione del polo geoconomico europeo) ma anche per scardinare le precedenti strutture statali ed istituzionali ed adeguarle alla dimensione sovranazionale dell&#8217;Unione Europea e conformarle alle conseguenti esigenze dello Stato competitivo.<\/p>\n<p>In primo luogo vi \u00e8 stato un trasferimento sostanziale di decisionalit\u00e0 alle istanze superiori di Bruxelles di leve fondamentali come la moneta e le politiche di bilancio. I Trattati di Maastricht, di Amsterdam e il \u201cPatto di stabilit\u00e0\u201d decretato nel vertice di Dublino, hanno incardinato le decisioni degli esecutivi italiani ed europei ai criteri di convergenza stabiliti dai custodi dell\u2019Unione Europea.<\/p>\n<p>In secondo luogo il potere decisionale dei Commissari e delle Commissioni di Bruxelles si abbatte ormai sistematicamente su ogni decisione \u201cnazionale\u201d che si discosti dai criteri fatti propri dai nuovi centri di poteri europei. Il Commissario Mario Monti oggi \u00e8 propabilmente pi\u00f9 potente del primo ministro di ogni singolo paese aderente. La sua tutela sulle regole della concorrenza sul mercato interno (ovvero l\u2019intera Unione Europea) costringono i governi ad adeguarsi ai diktat che giungono da Bruxelles e che impongono di smantellare ogni ostacolo giuridico, sindacale, ambientale alla \u201cmano invisibile del mercato\u201d.<\/p>\n<p>La liquidazione del vecchio sistema e del ceto politico tramite l&#8217;operazione Tangentopoli, l&#8217;introduzione del sistema elettorale maggioritario e del bipolarismo (con la santificazione sistematica della logica <i>bipartizan<\/i>), le modifiche costituzionali sempre pi\u00f9 profonde (il federalismo \u00e8 stato su questo un \u00abvaso di Pandora\u00bb), hanno via via normalizzato l&#8217;anomalia italiana ed adeguato il \u00absistema Italia\u00bb ai criteri di efficacia, controllo e liberismo economico richiesti dal processo di unificazione europea.<\/p>\n<p>Se pensiamo che tra il 60 e il 70% (con punte dell\u201980% in Germania) delle attivit\u00e0 dei parlamenti nazionali sia ormai occupato dalla ratifica delle famigerate \u201cdirettive europee\u201d, abbiamo la dimensione della perdita di sovranit\u00e0 sulle decisioni intervenuta negli anni \u201890 con la piena integrazione dell\u2019Italia nell\u2019Unione Europea e un&#8217;idea concreta della concentrazione di poteri negli esecutivi europei, nazionali e locali.<\/p>\n<p><b>Un deficit democratico come peccato originale<\/b><\/p>\n<p>Il processo di unificazione europea \u00e8 avvenuto e si regge tuttora su un pesantissimo deficit democratico. Solo alcuni paesi (Danimarca, Irlanda, Norvegia, Francia) hanno tenuto dei regolari referendum sui vincoli che i vari trattati impongono ai paesi membri. Ed \u00e8 curioso registrare che l\u00ec dove si sono tenuti questi referendum l\u2019opzione europeista abbia sistematicamente perso (paesi scandinavi e Irlanda) o abbia vinto di strettissima misura (Francia).<\/p>\n<p>Al centro di tali iniziative, molte forze politiche e sociali progressiste di questi paesi, oltre ai costi sociali dell\u2019integrazione europea hanno posto il problema della perdita della sovranit\u00e0 nazionale. L\u2019accentramento dei poteri decisionali nella Commissione di Bruxelles (che nessuno ha eletto e che nessuno elegge) rappresenta uno svuotamento effettivo di molti poteri dei singoli governi nazionali rispetto alle istituzioni europee.<\/p>\n<p>Il dibattito apertosi con il vertice europeo di Nizza sul carattere che dovr\u00e0 assumere l\u2019Unione Europeo &#8211; ovvero una sorta di federazione oppure una unione di stati sovrani &#8211; \u00e8 destinato a subire una accelerazione notevole perch\u00e8 la definizione della catena di comando a livello di polo europeo &#8211; anche in previsione dell&#8217;allargamento a Est dell&#8217;UE &#8211; appare ormai ineludibile.<\/p>\n<p>Non \u00e8 ancora chiaro cosa far\u00e0 Berlusconi, ma l\u2019Italia dei Prodi, dei Ciampi e degli Amato ha propeso piuttosto apertamente per una federazione di stati, con una costituzione comune ed un meccanismo elettivo (in sostanza \u00e8 la posizione tedesca). Del resto appare evidente &#8211; come documentano L&#8217;Istituto di Ricerche Economiche di Vienna (WIFO) o le gi\u00e0 segnalate elaborazioni di Guglielmo Carchedi &#8211; come con l&#8217;estensione dell&#8217;Unione Europea ai paesi dell&#8217;Est sia soprattutto la Germania a trarre vantaggio del sistema decisionale previsto dal Trattato di Nizza.<\/p>\n<p>Ma commetterebbero un serissimo errore coloro che confondessero questo processo con il superamento del ruolo dello Stato. Piuttosto ne assistiamo ad una trasformazione e ad un rafforzamento qualitativo sia sul piano della dimensione sovranazionale (il polo europeo o la \u201cSuperpotenza Europa\u201d come invocato in pi\u00f9 occasioni da Romano Prodi) sia nella gestione degli \u201caffari interni\u201d.<\/p>\n<p>Infatti una volta che le leve principali delle decisioni economiche e monetarie sono state consegnate alle istituzioni di Bruxelles e Francoforte e che la presenza statale nell\u2019economia \u00e8 stata smantellata con le privatizzazioni che hanno costellato l\u2019ultimo decennio, resta solo il problema della gestione e della armonizzazione tra le scelte strategiche europee e la situazione nazionale.<\/p>\n<p>In questo senso la riforma federalista rappresenta un significativo passo in avanti nel processo di centralizzazione delle decisione strategiche demandate a Bruxelles e della decentralizzazione delle decisioni periferiche demandate alle regioni (secondo il modello tedesco dei Laender). Per gestire tale processo \u00e8 inevitabile avere degli esecutivi nazionali molto centralizzati e con pieni poteri (1).<\/p>\n<p>Una dinamica piuttosto inquietante di questa spartizione dei compiti tra la struttura di comando centrale (Bruxelles) e quelle nazionali (i governi) \u00e8 quella relativa al controllo sociale che viene demandata ancora ai singoli apparati statali.<\/p>\n<p><b>Crescono gli apparati coercitivi<\/b><\/p>\n<p>Se osserviamo le dinamiche della spesa pubblica in Italia nell\u2019ultimo decennio, vedremo che mentre sono stati tagliati pesantemente settori come sanit\u00e0, istruzione, servizi etc, sono state aumentate o tagliate assai meno le spese destinate agli apparati coercitivi dello Stato: i ministeri degli Interni, della Difesa, della Giustizia e&#8230;delle Finanze. Si tratta degli apparati statali atti ad esercitare tutti i poteri monopolistici dello Stato: da quello della violenza (rivendicato apertamente dal ministro Pisanu dopo i fatti di Genova) a quello dell&#8217;esercizio della giustizia penale e civile, a quello della imposizione e riscossione delle tasse.<\/p>\n<p><b>I funzionari dello Stato<\/b><\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td><u>Apparati statali<\/u><\/td>\n<td><b>1998<\/b><\/td>\n<td><b>2000<\/b><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Ministeri<\/td>\n<td>276.683<\/td>\n<td>267.755<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Aziende Autonome (VVFF)<\/td>\n<td>\u00a0 39.972<\/td>\n<td>\u00a0 38.860<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\n<p>Scuola<\/p>\n<p><u>Apparati coercitivi dello Stato<\/u><\/td>\n<td>916.546<\/td>\n<td>896.753<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Corpi di Polizia<\/td>\n<td>301.433<\/td>\n<td>313.377<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Forze Armate<\/td>\n<td>116.768<\/td>\n<td>116.721<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Magistratura<\/td>\n<td>\u00a0\u00a0\u00a0 9.753<\/td>\n<td>\u00a0 10.236<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>(fonte: Ragioneria Generale dello Stato)<\/p>\n<p>I dati sopra riferiti, danno un&#8217;idea concreta e non pregiudiziale di una tendenza al rafforzamento degli apparati coercitivi dello Stato rispetto a quelli destinati ad una funzione sociale. E&#8217; un passaggio ineludibile e funzionale in un processo di fortissima centralizzazione come quello avvenuto nel polo europeo e di rafforzamento del potere degli esecutivi.<\/p>\n<p><b>In Italia poca polizia oppure troppa?<\/b><\/p>\n<p>(numero di agenti di polizia e carabinieri ogni 10.000 abitanti)<\/p>\n<table>\n<tbody>\n<tr>\n<td>Italia<\/td>\n<td>48,8<\/td>\n<td>Germania<\/td>\n<td>32,0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Spagna<\/td>\n<td>47,7<\/td>\n<td>Gran Bretagna<\/td>\n<td>31,8<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Portogallo<\/td>\n<td>44,0<\/td>\n<td>Olanda<\/td>\n<td>25,6<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Francia<\/td>\n<td>39,4<\/td>\n<td><\/td>\n<td><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Fonte: EJCPR, 1999 in \u00abGlobal\u00bb di Agosto 2000<\/p>\n<p>Questo processo &#8211; in un sistema democratico &#8211; non \u00e8 identificabile tout court con lo stato di polizia ma investe nel suo complesso le funzioni dello Stato. Se guardiamo alle nuove assunzioni o alle modiche di funzioni professionali di molti apparati pubblici (statali o locali) vedremo che in essi sono cresciute numericamente le figure che hanno funzioni di controllo e ispettive (ispettori, controllori, revisori) rispetto ad altre figure professionali.<\/p>\n<p>All&#8217;insegna della lotta contro l&#8217;illegalit\u00e0, l&#8217;evasione fiscale, le infrazioni stradali, le infrazioni alle normative comunali etc. \u00e8 cresciuto sotto i nostri occhi un esercito di funzionari adibiti esclusivamente ad esercitare le funzioni coercitive di controllo degli apparati statali sulla societ\u00e0.<\/p>\n<p>In secondo luogo, le campagne demagogiche sulla sicurezza, sulla tolleranza zero, sulla micro-criminalit\u00e0, hanno spianato la strada all&#8217;aumento di fondi e assunzioni destinate quasi esclusivamente alle forze di polizia (2)<\/p>\n<p>Infine, ma non per importanza, la decisione di dotare l&#8217;Italia di un esercito su base professionale e di integrarlo nell&#8217;Esercito Europeo, segnano un salto di qualit\u00e0 profondissimo e significativo nella riorganizzazione degli apparati coercitivi dello Stato, estendendo e funzionalizzando il loro ruolo alle proiezioni internazionali e alla competizione globale alle quali deve adeguarsi lo \u00abStato \u00abcompetitivo\u00bb<\/p>\n<p>NOTE:<\/p>\n<p>(1)\u00a0 Su tale questione \u00e8 molto utile il capitolo curato da Andrea Catone nel libro \u201cL\u2019Ostato\u201d, che riassume le relazioni svolte in due convegni dedicati proprio alla questione dello<\/p>\n<p><i>(2) Sulla \u201cossessione della sicurezza\u201d sono estremamente interessanti gli articoli di Eric Klinenberg e Laurent Bonelli su \u201cLe Monde Diplomatique\u201d del febbraio 2001.<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>VI<\/b><\/p>\n<p><b>L&#8217;Italietta ha \u00abperduto l&#8217;innocenza\u00bb<\/b><\/p>\n<p>Negli anni Novanta, l&#8217;Italia si \u00e8 fortemente internazionalizzata ed inserita nella competizione globale. L&#8217;internazionalizzazione non \u00e8 stata solo quella produttiva, ma \u00e8 stata affiancata dagli apparati dello Stato ad ogni livello: dalla diplomazia ai bombardieri, dalla bassa imposizione fiscale verso il Traffico di Perfezionamento Passivo, alla promozione degli investimenti italiani.<\/p>\n<p>L\u2019Italia non \u00e8 pi\u00f9 \u201cl\u2019anello debole della catena \u201d n\u00e8 il suo ruolo internazionale pu\u00f2 essere pi\u00f9 limitato &#8211; come in passato &#8211; a quello di \u201cportaerei americana nel Mediterraneo\u201d. E\u2019 vero che tale percezione \u00e8 ancora &#8211; nelle scelte del Pentagono e della Casa Bianca &#8211; fortemente radicato, tanto da appoggiare apertamente la campagna e la vittoria elettorale di Berlusconi.<\/p>\n<p>L\u2019Italia resta infatti l\u2019unico paese europeo della NATO in cui le forze armate statunitensi presenti sul territorio non hanno subito riduzioni (come invece accaduto in Germania, Spagna, Gran Bretagna).<\/p>\n<p>Non solo, la base militare di Aviano \u00e8 stata allargata per consentire la sistemazione di altri militari americani e per rafforzarne la struttura logistica in funzione del suo ruolo strategico verso l\u2019Est. Aviano infatti \u00e8 stata la principale base militare NATO da cui sono partiti i bombardamenti sulla ex Jugoslavia.<\/p>\n<p>Ma sarebbe un errore clamoroso quello di leggere ancora l\u2019Italia come uno Stato eternamente subalterno alla politica statunitense nel fianco sud della NATO. L\u2019Italia \u00e8 ormai una media potenza &#8211; integrata nella NATO e nella UE &#8211; in cui interessi materiali (il capitale finanziario innanzitutto) spingono per la definizione di una propria area di influenza e di una ridefinizione dei propri \u201cinteressi strategici nazionali\u201d.<\/p>\n<p>Due anni fa l&#8217;Italia ha partecipato a pieno titolo nell&#8217;aggressione militare della NATO contro la Jugoslavia. Oggi ci sono oltre 10.000 soldati italiani, equipaggiati di tutto punto, dislocati nei paesi dei Balcani. Sono in Bosnia, in Kossovo, in Macedonia, in Albania, in Croazia inquadrati nelle varie missioni militari messe in piedi dalla NATO (KFOR, SFOR, IFOR).<\/p>\n<p>L&#8217;Italia ha deciso di mettere in liquidazione l&#8217;esercito di leva e di dotarsi di un esercito professionale. Partecipa attivamente alla costituzione della Forza di Reazione Rapida messa inn piedi dall&#8217;Unione Europea con compiti esplicitamente interventisti ed offensivi.<\/p>\n<p>Se si guarda indietro solo di pochi anni, prima l&#8217;intervento militare in Albania e poi la partecipazione attiva alla guerra contro la Jugoslavia, ci permettono di comprendere le connessioni con il disegno pi\u00f9 complessivo di penetrazione ed egemonia economica e politica in un\u2019area dei Balcani ritenuta ormai in ambienti della Farnesina \u201cil nostro retroterra economico e strategico\u201d (1).<\/p>\n<p>Le forze economiche che determinano le scelte politiche dell\u2019Italia sul piano internazionale, rivelano alla nostra societ\u00e0 che dobbiamo ormai fare i conti con l\u2019imperialismo italiano, con una economia finanziaria aggressiva verso altri paesi e con una politica tesa a ritagliarsi &#8211; in concertazione ma anche in competizione con altre potenze &#8211; una propria area di influenza nei Balcani e nel Mediterraneo.\u00a0 In questo senso la \u201cquestione balcanica\u201d &#8211; pi\u00f9 di altre &#8211; \u00e8 rivelatrice dell\u2019epoca in cui viviamo.<\/p>\n<p>Lo schermo per le spedizioni militari neocoloniali sono &#8211; ancora una volta &#8211; gli interventi \u201cumanitari\u201d. Poche centinaia di tonnellate di medicine e generi alimentari vengono cos\u00ec \u201cscortate\u201d da migliaia di tonnellate di carri armati Leopard, blindati, soldati, elicotteri, caccia-bombardieri Tornado, navi militari che occupano i porti, gli aereporti e le strade della regione balcanica. Questo modello di ingerenza militare umanitaria \u00e8 diventato ormai il modello di riferimento per tutte le operazioni neo-coloniali tese a \u00abriportare la stabilit\u00e0\u00bb in regioni o paesi di varie parti del mondo.<\/p>\n<p>La questione \u201cumanitaria\u201d sta rivelando piuttosto chiaramente la sua ambiguit\u00e0. Si assiste ad una pericolosa oscillazione tra un \u201cpietismo\u201d verso i profughi\u00a0 molto spesso strumentale (dalle lacrime dei \u201cpolitici\u201d al business delle organizzazioni di assistenza umanitaria) ed un incentivo alla xenofobia di massa verso gli stranieri istigato dall\u2019allarmismo dei mass media e dai provvedimenti sull&#8217;immigrazione clandestina.<\/p>\n<p>Questi due punti di vista &#8211; speculari tra loro &#8211; rischiano da un lato di legittimare \u201c l\u2019ingerenza militare umanitaria\u201d negli altri paesi &#8211; negando cos\u00ec ogni soluzione delle crisi fondata sull\u2019autodeterminazione popolare e sulla sovranit\u00e0 nazionale &#8211; e dall\u2019altro alimentano lo sciovinismo, il razzismo e il militarismo nell\u2019opinione pubblica italiana spianando il terreno a politiche ancora pi\u00f9 reazionarie e pericolose.<\/p>\n<p><b>\u00a0<\/b><\/p>\n<p><b>Le aree di influenza delle ambizioni italiane<\/b><\/p>\n<p>Con le politiche d&#8217;urto degli anni &#8217;90 e la finanziarizzazione dell&#8217;economia, il mercato interno \u00e8 diventato via via meno importante rispetto a quello internazionale. Come potremmo spiegare altrimenti la stagnazione della domanda interna che dura ormai da nove anni con il proseguimento di politiche restrittive ? Diciamo allora che l&#8217;economia italiana &#8211; una economia imperialista &#8211; si sente ormai sicura di realizzare una valorizzazione del capitale allargando il mercato e costruendosi una area di influenza.<\/p>\n<p>L&#8217;Europa dell&#8217;Est e il Mediterraneo Sud, in questo nuovo quadro, hanno assunto un ruolo particolare. Sorvolando sulle conseguenze politiche, strategiche, militari, ideologiche di questo cambiamento che meritano una riflessione specifica (basta pensare alla guerra nei Balcani) , ci interessa mettere in evidenza i riflessi sulla situazione economico-sociale dell&#8217;Italia innescati dalle relazioni con queste aree del mondo.<\/p>\n<p>E&#8217; noto a tutti che uno dei soggetti economici pi\u00f9 attivi a livello internazionale \u00e8 l&#8217;ENI. Molto spesso questa multinazionale prima pubblica e poi privatizzata, ha aperto la strada alla politica estera italiana (la stessa strada viene oggi seguita dalla Telecom privatizzata). Oggi sul mercato petrolifero \u00e8 in corso una guerra senza esclusione di colpi. Lo stesso avviene nella conquista e spartizione delle concessioni per le telecomunicazioni.<\/p>\n<p>Per portare a casa margini di profitto occorre partecipare a questa guerra e l&#8217;Italia non intende affatto rimanerne fuori. La partecipazione all&#8217;aggressione contro la Jugoslavia in questo ha una sua logica.<\/p>\n<p>I terminali petroliferi che dovranno gestire i flussi che arrivano dall\u2019area del Mar Caspio, devono necessariamente connettersi ai mercati ricchi dell\u2019Europa.A loro volta, dal \u201ccuore\u201d sviluppato dell\u2019Europa dovranno veicolare i flussi di investimenti destinati ai \u201cnuovi mercati dell\u2019Est\u201d oggi ancora poco sfruttati.<\/p>\n<p>I Balcani sono decisivi per il passaggio di questi corridoi. Ne vengono attraversati da Nord a Sud e da Est a Ovest, convergendo guarda caso, soprattutto in Germania (ovvero nel cuore del polo geoeconomico europeo) e nei porti balcanici dell\u2019Adriatico dunque affidando all\u2019Italia un ruolo strategico non certo secondario (2).<\/p>\n<p>Questo ruolo dell\u2019Italia si evince dalla attivissima Ost-Politik lanciata dal governo Prodi. Piero Fassino che in quell\u2019esecutivo era Viceministro degli Esteri su questo ha detto cose illuminanti : <i>\u201cTroppi nel nostro paese &#8211; soprattutto nella classe politica &#8211; sottovalutano che l\u2019Europa centrale e sud-orientale \u00e8 per l\u2019Italia un\u2019area strategica di interesse vitale&#8230;.Sono queste le ragioni per cui il governo Prodi ha individuato nell\u2019Europa centrale e orientale e nei Balcani una priorit\u00e0 fondamentale della politica estera italiana, sviluppando una vera e propria \u201cOst-Politik\u201d italiana che non solo corrisponde agli interessi del nostro paese, ma consente all\u2019Italia di svolgere un\u2019essenziale e riconosciuta funzione nella costruzione della nuova Europa&#8230;.Il forte radicamento della nostra Ostpolitik nell\u2019Europa centrale e sud-orientale si proietta poi in una dimensione ancora pi\u00f9 ampia verso la Russia, l\u2019Ucraina e la Moldavia, verso l\u2019area caucasica fino a giungere ai paesi dell\u2019Asia centrale\u201d .<\/i><\/p>\n<p>I Balcani , rappresentano per l\u2019Italia la prima vera proiezione internazionale dopo il 1989 nel tentativo di costruirsi una propria area di influenza sia concertando gli spazi lasciati scoperti dalle altre potenze sia in competizione con altre potenze.<\/p>\n<p>Dentro la crisi che investe tuttora l\u2019area balcanica (Macedonia, Albania, Bulgaria, Romania, Serbia) la borghesia italiana ed i suoi esperti strategici vedono l\u2019occasione per consolidare la propria presenza economica, politica e, perch\u00e8 no, militare. La esigenza di stabilit\u00e0 politica, gli investimenti economici, l&#8217;integrazione militare che verrebbe dall\u2019Est dell\u2019Europa, secondo alcuni di questi novelli apologeti della \u201cquarta sponda\u201d, dovrebbe essere raccolto dall\u2019Italia.<\/p>\n<p>\u201c<i>Dopo la fine della guerra fredda si \u00e8 aperto uno spazio al centro dell\u2019Europa e noi siamo candidati ad occuparlo per ragioni di contiguit\u00e0 geografica, di legami storici e di presenza economica\u201d <\/i>precisa ancora il possibile futuro leader dei DS Piero Fassino.<\/p>\n<p>Nei Balcani &#8211; dopo la prima fase di incertezza &#8211; la penetrazione economica, l\u2019attivismo diplomatico e la presenza militare, sono le tre direttrici con cui l\u2019Italia sta inserendosi sempre pi\u00f9 nella regione. Questa politica significa anche misurarsi con gli interessi strategici delle altre potenze, interessi in alcuni casi convergenti ed in altri divergenti. Dunque la fine della guerra fredda ha posto alla politica estera italiana nuove competenze e nuovi scenari con cui misurarsi.\u00a0 La corsa alla \u201cnuova frontiera dei mercati dell\u2019Europa dell\u2019Est\u201d, vede impegnati anche i capitali italiani che sono il quinto paese per investimenti complessivi nell\u2019Est. L\u2019attivismo finanziario ed industriale del \u201cpolo economico\u201d del Nordest e del \u201cSudest\u201d italiano verso i Balcani \u00e8 cresciuto enormemente negli anni \u201890.<\/p>\n<p>L\u2019intervento italiano nei Balcani e nell\u2019Est sta ormai dentro il cromosoma della politica estera italiana e non sar\u00e0 certo un ruolo diverso dagli altri negli obiettivi, nei progetti e, come dimostrato dall&#8217;aggressione militare contro la Jugoslavia, anche nelle forme.<\/p>\n<p>Da tempo gli esperti strategici e i gruppi economici italiani stanno lavorando all\u2019 individuazione di aree di spartizione geoconomica in cui dosare i fattori di concertazione e quelli di competizione. Cinquanta anni dopo la seconda guerra mondiale, la crisi balcanica e il Mediterraneo si presentano come un terreno di sperimentazione dei nuovi rapporti di forza tra le varie potenze e dunque sollecita le ambizioni anche di una media potenza come l\u2019Italia.<\/p>\n<p>Lo scenario balcanico offre alle ambizioni dell\u2019Italia le condizioni per una nuova politica di intervento. Riemerge per\u00f2 storico e politico dello snodo del rapporto di concertazione-competizione con la Germania da una parte e con gli Stati Uniti dall&#8217;altra. \u201c<i> La presenza italiana nei Balcani, nel bacino danubiano, nel Mar Nero, va concordata non solo con la Germania ma anche con la Russia a cui l\u2019Italia deve riconoscere il ruolo di grande potenza europea e di grande partner economico, un\u2019alleata potenziale dunque\u201d<\/i>\u00a0\u00a0 sottolinea Incisa di Camerana. A suo avviso, la nuova fase storica ha posto all\u2019Italia due problemi : <i>\u201c La priorit\u00e0 del nostro rapporto con la Germania e la possibilit\u00e0 di sfruttare quel potenziale geopolitico e geoeconomico che l\u2019Italia ha avuto storicamente nella direzione orientale e balcanica e che \u00e8 stato ritagliato violentemente dalla guerra fredda. In entrambi i casi l\u2019Italia ha una libert\u00e0 di manovra senza precedenti&#8230;.Insieme alla Germania, l\u2019Italia \u00e8 il paese europeo che guadagna di pi\u00f9 dalla vittoria occidentale nella guerra fredda \u201c. <\/i>\u00a0\u00a0Al di l\u00e0 della fonte da cui provengono queste valutazioni (Ludovico Incisa di Camerana \u00e8 un ex diplomatico, cervello della politica estera della DC e autore di numerosi testi sulle relazioni internazionali), esse appaiono estremamente plausibili (3).<\/p>\n<p>Ma l&#8217;area di influenza dell&#8217;Italia non guarda solo a Est. Con i processi di privatizzazione e liberalizzazione imposti dal FMI ai paesi del Maghreb e del Makresch, gli spazi per la penetrazione capitalista si sono allargati. In questi si \u00e8 inserita con forza anche il capitalismo italiano, soprattutto nei settori delle risorse energetiche (petrolio, gas), nelle telecomunicazioni e nella filiera del tessile-cuoio. <i>\u00abAnche sulla sponda Sud, forse pi\u00f9 velocemente di quanto si potesse sperare soltanto poco tempo fa, \u00e8 arrivata una rivoluzione che marcia su due gambe : telefoni cellulari e privatizzazioni. L&#8217;onda del cambiamento ha cominciato a muoversi tre anni e mezzo fa ma ha accelerato nell&#8217;ultimo anno e mezzo\u00bb<\/i> segnala una autorevole pubblicazioni per gli investimenti esteri (4)<\/p>\n<p>Se c&#8217;\u00e8 da segnalare la crescente presenza della Fiat in Marocco, Algeria, Turchia, la filiera principale resta quella del petrolio (e del gas) e delle grandi infrastrutture anche in relazione alla crescita degli investimenti nell\u2019area del Mar Caspio e alla conseguente rete di pipelines che attraverseranno e raggiungeranno i paesi del Mediterraneo Sud.<\/p>\n<p>Le relazioni economiche e politiche dell\u2019Italia con i paesi mediterranei e mediorientali sono cresciute o si sono mantenute anche nel caso di paesi \u201ccritici\u201d per le relazioni con gli Stati Uniti (come Libia, Iran, Siria) e per la situazione interna (Algeria). Queste relazioni sono state al centro di aspre tensioni tra Italia e Stati Uniti e, pi\u00f9 complessivamente tra Unione Europea e USA (vedi il \u201cdialogo critico\u201d con l\u2019Iran e l\u2019opposizione europea a nuovi attacchi militari americani contro l\u2019Iraq) o la pi\u00f9 aperta e complessiva divergenza di interessi sulla gestione del \u201cprocesso di pace\u201d in M.O.<\/p>\n<p>Il progetto di integrazione dei \u201cPaesi Terzi Mediterranei\u201d nel mercato comune con l\u2019Unione Europea previsto per il 2010 (deciso alla Conferenza Euromediterranea di Barcellona nel \u201895), rappresenta una competizione aperta con l\u2019egemonia statunitense nel bacino Mediterraneo, ma le strettissime relazioni economiche tra Europa e Maghreb sono del resto note e consolidate<\/p>\n<p>Dal canto opposto, la nascita dell\u2019asse USA-Turchia-Israele, segna, sul piano economico e militare, un fattore strategico evidente teso a fronteggiare il tentativo del polo europeo nel suo complesso di stabilire la sua influenza nell\u2019area, ma \u00e8 un asse sempre pi\u00f9 contraddittorio sia per le incursioni europee nell\u2019area euroasiatica (dove secondo Brzezinski si giocano i veri rapporti di forza) sia perch\u00e8, come sostiene Helmut Sonnenfeldt \u201cgli americani non sono riusciti a mantenere uno straccio di alleanza con nessun paese arabo\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019Italia non solo \u00e8 interna a questo scontro crescente tra UE e USA nel Mediterraneo, ma \u00e8 chiamata (e si \u00e8 candidata a svolgere) un ruolo di primo piano sia sul piano politico che su quello economico. E\u2019 vero che due paesi \u201cad influenza USA\u201d come Turchia ed Israele hanno tuttora un peso rilevante nei rapporti economici dell\u2019Italia nella regione, ma la speciale <i>relationship\u00a0 <\/i>dell\u2019Italia con la Siria, l&#8217;Iran o con la Libia e l&#8217;Iraq- in aperto contrasto con i diktat degli USA &#8211; potrebbe evolversi rapidamente arrivando cos\u00ec alla messa in crisi di un paese strategico per la regione e \u201cal limite\u201d tra Europa e Stati Uniti come l\u2019Egitto.<\/p>\n<p>Il Mediterraneo Sud insieme all\u2019Europa dell\u2019Est, comincia ad avere un peso crescente nelle relazioni economiche dell\u2019Italia.<\/p>\n<p>Nel nuovo quadro internazionale, dunque, la tradizionale subalternit\u00e0 agli Stati Uniti potrebbe diventare\u00a0 inservibile e, tutto sommato, inadeguata ad una media potenza integrata nell&#8217;Unione Europea a cui la nuova fase storica sta offrendo \u201cspazi di espansione\u201d. Mediterraneo e Balcani diventano scenari in cui le ambizioni italiane possono costruirsi le proprie aree di influenza. E&#8217; un disegno neocoloniale che oggi viene riproposto nello scenario della competizione globale.<\/p>\n<p><b>Le conseguenze sulla societ\u00e0<\/b><\/p>\n<p>L\u2019Europa dell\u2019Est e il Mediterraneo Sud si presentano come le \u201cnuove frontiere\u201d per lo sfruttamento delle risorse e della manodopera in funzione delle filiere di produzione che partono, attraversano e ritornano in Italia per usufruire del massimo valore aggiunto. I capitoli precedenti documentano piuttosto chiaramente questo processo.<\/p>\n<p>I bassi salari, un esteso esercito industriale di riserva, la privatizzazione dell\u2019economia, la debolezza finanziaria di questi paesi offrono una ghiotta opportunit\u00e0 per i grandi e piccoli gruppi capitalisti italiani ma producono anche serie conseguenze sulla composizione di classe nel nostro paese.<\/p>\n<p>E&#8217; indicativo in tal senso, uno studio commissionato dalla Confindustria e dal CNR su un campione di alcune decine di imprese dei settori tessile-abbigliamento e della meccanica, lo studio conferma pienamente la polarizzazione sociale che si produce nella divisione del lavoro come effetto della delocalizzazione.<\/p>\n<p>I lavoratori \u00abqualificati\u00bb nelle case-madri delle multinazionali italiane che hanno delocalizzato rappresentano il 53,5% degli occupati rispetto al 36,4% degli occupati nelle imprese che non hanno delocalizzato. Non solo ma i \u00abcolletti bianchi\u00bb sono cresciuti in sette anni dal 26,2 al 33,4% nelle multinazionali rispetto al 22,6% a cui si ferma la quota dei \u00abwhite collar\u00bb nelle imprese che non dispongono di filiere all&#8217;estero. <i>\u00abE&#8217; stato privilegiato un sistema di lavoro skill-intensive, per rafforzare in Italia funzioni amministrative, commerciali, di marketing, di innovazione, lasciando all&#8217;estero le funzioni di manodopera scarsamente qualificate\u00bb.<\/i> (parole del Sole 24 Ore).<\/p>\n<p>Le ambizioni dell&#8217;Italia cominciano dunque ad operare concretamente e ci\u00f2 non pu\u00f2 non avere ripercussioni sulla composizione di classe all&#8217;interno del nostro paese (vedi la nuova aristrocrazia operaia), nella soggettivit\u00e0 e nella formazione culturale delle classi sociali subalterne, nell&#8217;organizzazione degli apparati statali necessari (logica bipolarista che assicura stabilit\u00e0 politica all&#8217;interno e consenso <i>bipartizan <\/i>in politica estera, apparati coercitivi, esercito professionale) e nel ruolo internazionale che l&#8217;Italia andr\u00e0 assumendo verso i popoli degli altri paesi. Il <i>New York Times,<\/i> sosteneva quattro anni fa, che in Somalia (dove a seguito dell&#8217;intervento militare italiano erano emersi casi di tortura contro le popolazioni) l&#8217;Italia avesse perso la sua \u00abinnocenza\u00bb. La perdita di innocenza significa assumersi la responsabilit\u00e0 della colpevolezza. Il mito degli \u00abitaliani brava gente\u00bb \u00e8 destinato ad infrangersi molto pi\u00f9 rapidamente di quanto ci fossimo abituati a pensare.<\/p>\n<p>Note:<\/p>\n<p><i>(1) \u00abL&#8217;Italia s&#8217;\u00e8 desta\u00bb, AA.VV. edizioni Laboratorio Politico, novembre 1997<\/i><\/p>\n<p><i>(2) \u00abLa vera posta in gioco della guerra. Il \u00abGrande Gioco\u00bb nei Balcani, Quaderni CESTES, giugno 1999<\/i><\/p>\n<p><i>(3) Ludovico Incisa di Camerana: \u00abLa vittoria dell&#8217;Italia nella terza guerra mondiale\u00bb, Laterza, 1996<\/i><\/p>\n<p><i>(4) Mondo e Mercati, 11\/5\/2000.<\/i><\/p>\n<p>\u00a9EspaiMarx 2002<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono ormai anni che nel quadro della indagine sulla composizione di classe nel nostro paese e nell&#8217;area europea, ci si \u00e8 dovuti misurare con una questione in molti casi rimossa dal dibattito politico e sindacale: il ruolo di classe dello Stato.<\/p>\n<p>Negli ultimi tempi, il mito acritico della &quot;globalizzazione&quot; sembra aver messo in ombra non solo processi come la competizione intercapitalista o le relazioni internazionali fondate sulla Triade USA, Europa, Giappone ma anche, e qui si entra direttamente nel campo che si vuole affrontare, il ruolo degli Stati.<\/p>\n<p>Esistono molti iconoclasti &#8211; anche a sinistra &#8211; che hanno ritenuto ormai inservibile la categoria di &quot;comitato d&#8217;affari della borghesia&quot; come chiave di lettura dello Stato. Tuttavia questa  categoria coglie, ancora meglio di altre, la sostanza del ruolo dello Stato nel sistema politico ed economico del capitale e si rivela in tal senso ancora di estrema pertinenza.<\/p>\n<p>Sul piano pratico, se \u00e8 vero che lo Stato \u00e8 tornato pienamente a svolgere la funzione di comitato d&#8217;affari del capitale finanziario, ci\u00f2 significa che la dinamica della tassazione, degli investimenti, dei salari e dei profitti &#8211; in sostanza della distribuzione reale della ricchezza &#8211; segue un trend ben preciso che ha ricadute pesanti sulla realt\u00e0 sociale e sui lavoratori. Ci\u00f2 non riguarda solo i meccanismi dell&#8217;accumulazione capitalista ma chiama in causa direttamente anche la funzione dello Stato.<\/p>\n<p>Per alcuni decenni, anche nella sinistra e nel sindacato, si era diffusa la convinzione che lo Stato (e soprattutto la &quot;Repubblica nata dalla Resistenza&quot; e &quot;fondata sul lavoro&quot;) avesse assunto appieno il suo carattere universale, neutrale ed in un certo senso &quot;superpartes&quot;. Aver confuso le conquiste sistematizzate in un sistema approssimativo di Welfare State con un cambiamento pi\u00f9 profondo della natura dello Stato in questo sistema politico-economico, ha portato a sottovalutazioni clamorose e distorsioni analitiche significative.<\/p>\n<p>La devastante offensiva antioperaia messa in moto nella seconda met\u00e0 degli anni &#8217;70 (a seguito della &quot;grande paura&quot; seguita alla grande crisi del &#8217;73 e allo sviluppo delle lotte operaie, studentesche ma anche di quelle anticoloniali nel terzo mondo), ha via via liquidato ogni pretesa di neutralit\u00e0 o di universalit\u00e0 dello Stato del capitale e lo ha reistradato nella sua funzione storica.<\/p>\n","protected":false},"author":9,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[15],"tags":[],"class_list":["post-92","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-materiales-para-la-refundacion-comunista"],"aioseo_notices":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/espai-marx.net\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/92","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/espai-marx.net\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/espai-marx.net\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/espai-marx.net\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/9"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/espai-marx.net\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=92"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/espai-marx.net\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/92\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/espai-marx.net\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=92"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/espai-marx.net\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=92"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/espai-marx.net\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=92"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}