Un punto de encuentro para las alternativas sociales

Impero, moltitudini, esodo

Toni Negri

Intervento di Toni Negri nel dibattito alla facoltà di Lettere dell’Università ‘La Sapienza’ promosso dal Laboratorio Sapienza Pirata Sono a disagio quando si considera la nascita del mondo globalizzato semplicemente come un dato effettuale, un espansione dell’impero che restava.

La globalizzazione, che parte in maniera definitiva nell’ ’89, non arriva solo dall’azione di un allargamento di un impero quando l’altro scompare, ma nasce da fenomeni storici maledettamente profondi. La globalizzazione è il punto di confluenza delle lotte operaie e proletarie, che non era più possibile regolare dentro lo spazio dello Stato-nazione. La dinamica lotte-determinazione di inflazione-regolamento dei conti statali-pressione sul welfare-rottura degli elementi materiali della costituzione borghese, hanno determinato man mano pirima una teoria dei limiti della democrazia (e stranamente troviamo lì lo stesso Huntington che scrive il ‘clash’ della civiltà, documento della Trilaterale degli anni ’70), poi una forte spinta al superamento dello Stato-nazione. D’altra parte lo Stato-nazione non era solo la capacità di mantenere le lotte in una regolazione interna. Lo Stato-nazione era stato anche lo Stato imperialista, lo Stato colonialista; anche quest’aspetto con la metà del secolo scorso abbiamo la fine definitiva dei processi coloniali, la nascita di un nuovo mondo (che sarà chiamato ‘terzo’), in cui con la libertà, la pressione sul salario salta per aria il meccanismo che manteneva i prezzi delle materie prime. Proprio in nome di questa liberazione cominciano queste grosse pressioni della forza-lavoro su tutto, nella globalità. Per non parlare della crisi sovietica, che nasce in un momento preciso, quando si tratta di passare dal modo di produzione fordista al modo di produzione postfordista: un passaggio impossibile senza le libertà del lavoratore. Questo movimento fortissimo è legato allo sviluppo della scienza, dell’educazione pubblica all’interno dei paesi socialisti, dove c’è la necessita di inserirsi in questo nuovo mondo. Un nuovo mondo in cui, appunto, cambia la natura della forza-lavoro, dei processi produttivi.

La globalizzazione nasce, quindi, come un elemento maledettamente positivo, è un segno di libertà, è un segno della forza dei processi storici che fanno saltare quella gabbia d’inferno che è lo Stato-nazione. Lo Stato-nazione, che ha fatto morire per secoli la gente nelle guerre più stupide, nelle trincee più assurde. Lo Stato-nazione, la cui ideologia non poteva che arrivare necessariamente ai forni di Auschwitz. Noi di fronte alla sua fine e di fronte alla liberazione delle forze proletarie del Terzo mondo abbiamo trovato questo formidabile passaggio: la globalizzazione. Finalmente! E’ chiaro che assumere questo passaggio non significa che il capitalismo è stato sconfitto. Il capitalismo assume questo passaggio, si riorganizza a questo livello, ed è qui che nasce la problematica dell’Impero. Badate bene, l’Impero nasce in maniera diversa dalla pura e semplice espansione dello Stato-nazione USA. Gli americani in tutta questa storia, soprattutto nella prima fase, c’entrano pienamente, ma c’entrano molto più come centro ed apice del capitalismo mondiale che come forza statuale. E’ il capitale colettivo che viene investito in un primo momento dell’organizzazione di questo mondo. Fra gli anni ’80 ed i ’90 si incominciano a cercare forme di governo. L’ONU non serve a questo, perchè dentro le Nazioni Unite si rivela il paradosso della democrazia mondiale: a livello mondiale ‘un uomo un voto’ è una frase insensata. Vorrebbe dire, come scherzano alcuni teorici, dare alla Cina la maggioranza imperiale. Quindi al problema dell’organizzazione si risponde con l’invenzione di una forma di sovranità diversa. La sovranità, che gli Stati-nazione non riescono ad organizzare in forma diversa, viene trasferita sempre di più verso quelle che sono le istituzioni nascenti, che man mano vengono formandosi, e amn mano vengono identificate a livello mondiale: il G8, il Fondo Monetario Internazionale, eccetera. Sono, in fondo, organizzazioni che erano state inventate per la gestione del keynesismo internazionale alla fine della seconda guerra mondiale, ma divengono organismi di mediazione del capitalismo, di regolazione capitalistica a livello mondiale. Questo processo, evidentemente, diventa sempre più difficile, perchè sposta una serie di conflitti dall’interno dei paesi sulla scena mondiale. Il ricomporsi delle lotte sulla scena mondiale, avvenuto negli anni ’80-’90, è stato assolutamente formidabile. Avevamo avuto delle lotte importanti (da Tien-a-men alla Corea, dall’Indonesia a Los Angeles, dal Chiapas alle lotte di Parigi del ’95), che avevano ormai identificato il potere mondiale capitalistico come avversario. Erano però lotte scomposte, non costituivano un ciclo, non riuscovano ad avere quella massa d’urto che solo delle lotte unite, che parlano lo stesso linguaggio, riescono ad avere.

Tutto questo nasce con il movimento di Seattle, che riesce ad opporsi al potere imperiale nello stesso momento in cui esso si dà. E abbiamo quindi un ciclo di lotte, che seppure ancora superficiale e con tutti i suoi limiti, viene percepito dall’opinione pubblica internazionale capitalista come un movimento di estrema pericolosità, nel formarsi del’Impero. A questo punto si deve decidere che cosa fare. Una delle cose da evitare è il considerare la nazione americana come un nuovo stato imperialista, non è semplicemente questo! C’è anche questo elemento ma l’unità del ceto capitalistico oggi è assolutamente fondamentale. Non c’è più la possibilità di rivolgersi allo Stato-nazione per opporsi alla nazione americana.

Le elites degli antichi Stati-nazione sono stati cooptati in maniera massiccia verso il vertice dell’Impero. Gran parte delle discussioni nella seconda metà degli anni ’90 che attraversa la gestione delle guerre in USA riguarda la possibilità che la capacità capitalistica intervenga in maniera diretta e forte sulla riorganizzazione dell’Impero e del nuovo ordine mondiale ed assumere un’accelerazione di questo processo. Da qui viene fuori tutta la tematica dell scudo spaziale, che diventa una grossa mediazione rispetto alla necessità di determinare il nuovo ordine. Si tenta di creare, come in un quadro bizantino, un centro protetto (gli USA e gli stati occidentali) in cui si mostra l’accumulazione del potere. Tutto questo, l’ultimo tentativo di tenere fuori il resto del mondo, salta l’11 settembre. E quindi la guerra. Ma quale guerra? Come si fa fare una guerra senza un ‘fuori’? Ed ecco la guerra come ‘polizia’ La scienza della guerra americana stava sviluppandosi da un lato attorno allo scudo stellare e dal’altro attorno alla trasformazione dell’esercito in truppe di facile utilizzazione e di immediate possibilità di spostamento nel mondo. L’esercito americano doveva diventare un esercito di marines. Ora ci troviamo di fronte a quella che è un’accumulazione di tutti gli strumenti tecnologici, diplomatici, economici, finanziari, di polizia, per l’organizzazione di questo mondo globale. Un mondo globale in cui finora sembrava essere assente l’azione del ‘grande governo’. ‘Big government is over’, si diceva, mentre ora si dice ‘big government is back’. Questa grande funzione di governo processuale, di ‘governance’ cioè di azione amministrativa continua che supera in sè qualsiasi fissazioine giuridica precedente. Questo dinamismo che confonde definizione della regola e garanzia di questa, che fa dell’esercito lo strumento giuridico, lo strumento costitutivo. Questo è quello che sta avvenendo.

Noi abbiamo oggi una maturazione che già da alcuni anni poteva essere largamente prevista. Nessuno avrebbe potuto naturalemte prevedere la causa prossima di questo processo, ma che il processo dovesse andare in questi termini era abbastanza evidente perchè seguiva le regole funzionali dello sfruttamento, dell’explotation, a livello globale. Bisognava inventare un modello altrettanto efficace quanto lo erano stati gli Stati-nazione, quanto lo era stato il diritto internazionale pattizio. Bisognava inventare degli altri strumenti. Se si guardano le teniche di riorganizzazione costituzionale che si stanno attuando per dare risposta a questa grande crisi, è evidente che si tratta di resistere. Ma resistere come? Resistere dove? Resistere dal punto di vista della nuova società mondiale dei lavoratori , dal punto di vista della mobilità. Cercheranno di bloccare la forza-lavoro nei suoi movimenti, ma nessuno ci riuscirà. Bisogna resistere allle nuove gerarchie che verranno imposte, bisogna farle saltare. Ma c’è ancora la possibilità di lottare in un mondo siffatto o non vale la pena veramente di disertare in tutti i sensi. Disertare col sapere, nell’esercito, nella forza-lavoro intellettuale. E dà lì che bisogna partire. Dei miei amici dicono: ‘contro l’arte della guerra, l’arte della diserzione’. Il mantenere uno stato di paura e formarlo in termini hobbesiani, come diceva Ferrajoli, sarà per loro molto difficile. Ma sarà molto difficile solo nella misura in cui non ci si fa più ‘popolo’, si resta ‘moltitudine’. E’ una moltitudine intelligente che si è riappropriata il lavoro è che non ha più bisogno del capitale. Noi non possiamo più diventare popolo. sovranità, non ha più senso a livello di globalizzazione.[…] Diserzione o conflitto? Io non sento la questione in termini alternativi. Questa forma nuova di sovranità globale porta con se un investimento dei modi di produzione e soprattutto di riproduzione della vita e della società, per questo insistiamo nel qualificare come biopotere il potere imperiale e come tessuto biopolitico quello della vita e del lavoro. Il lavoro ormai è diventato un tessuto sociale, in cui vita, formazione, lavoro salariato, la comunicazione, cooperazione sociale, vengono sfruttati. E’ su questo sfruttamento globale della vita che si svolge il biopotere. E’ qui che noi ci troviamo di fronte alla diserzione, o, meglio, all’esodo. Non c’è più la possibilità del sabotaggio classico, o di un rifiuto luddista, perchè ci siamo dentro. Oggi il lavoratore lo strumento di lavoro se lo porta in testa, come fa a rifiutare o a sabotare il lavoro? Si suicida? Il lavoro è la nostra dignità. Il rifiuto del lavoro era immaginabile in una società fordista, oggi diventa sempre meno pensabile. C’il rifiuto del comando sul lavoro, che è tutt’altra cosa. Qunado si dice esodo si tratta di riuscire a costruire delle nuove forme di vita. Questo tipo di società capitalista diverrà istituzionalizzata violentemente attraverso dei meccanismi costituenti di guerra. Noi non la vogliamo più! Non si può andare a manifestare contro il G8 dicendo ‘un altro mondo è possibile’ e poi non praticare collettivamente un esodo. Un esodo inevitabilmente conflittuale, perchè ti verranno a imporre di obbedire. Ma dobbiamo porre la questione in questi termini. Io capisco l’idealismo costituentte, giuridico, illuminista, bellissimo di Ferrajoli. Ma lo capisco solo in base a questa radicalità di scelta. Se mi costringete a reinventarmi la democrazia, io non ci sto. Ne ho abbastanza di una democrazia che calzava perfettamente al capitalismo. Oggi non calza più, perchè il potere non può essere riprodotto globalmente nella stessa forma e sugli stessi criteri di profitto che operavano a livello nazionale e quindi si fa la guerra. Un guerra che fa ad incidere sul quotidiano. Questa della guerra batteriologica è una terribile parabola, una metafora di quello che sta diventando il Potere. E’ su questo terreno che vale la pena di parlare dell’Impero.

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Volver a leer a Gramsci

Francisco Fernández Buey

Desde la aparición de la edición crítica de los Quaderni del carcere preparada por Valentino Gerratana (Einaudi, Turín, 1975) han visto la luz en Italia muchas piezas inéditas del epistolario de Gramsci y de Julia y Tatiana Schucht, su mujer y su cuñada (que fue la persona que más cerca estuvo de Gramsci entre 1927 y 1937), así como un considerable número de documentos que aclaran aspectos poco conocidos de la biografía del pensador sardo y permiten interpretar mejor ciertos pasos oscuros de los cuadernos que escribió en las cárceles musolinianas. Entre estos últimos documentos, lo más importante para el conocimiento preciso de lo que fue la evolución de Antonio Gramsci durante los años de la cárcel es la correspondencia entre Piero Sraffa y Tatiana Schucht, que fue publicada en 1991.

Por otra parte, y en relación con esta documentación nueva, los estudios gramscianos han crecido exponencialmente en todo el mundo. En el último tercio del siglo XX Gramsci dejó de ser "la moda" en que quiso convertirle cierto politicismo de la década de los setenta y pasó a ser estudiado como un clásico del pensamiento político. Los politiqueros dejaron de citar su nombre en vano y los oportunistas descubrieron que el nombre de Gramsci ya no era utilizable para sus negocios cotidianos. Pero la influencia intelectual de Gramsci se ha mantenido entre las personas serias que se dedican a las ciencias sociales, a los estudios culturales y a la crítica de la política. Y, por supuesto, entre las personas que aprecian la veracidad en política; personas que, con el tiempo y sus avatares, han pasado a ser las que mejor conectan con aquello que un día se llamó "espíritu revolucionario".

Es cierto que ahora apenas se habla ya de la actualidad de Gramsci. Pero eso es una ventaja para el conocimiento de su obra, que nunca fue "actual" en el sentido trivial que suele dar a esta palabra la industria dominante en las cosas del papel y de la imagen. En Gramsci no hay recetas. Hay, en la mayoría de sus escritos, "verdades despiadadas" que en su época no gustaron ya ni a los mandamases, ni a los pingos almidonados, ni a los devotos de los catecismos. Los mandamases de su época decretaron que había que impedir que aquel cerebro siguiera pensando; los pingos almidonados le ignoraron con la consideración de que no fue un experto en nada que diera títulos (ni filósofo de profesión, ni historiador de escuela, ni sociólogo licenciado, ni intelectual de pose, ni político triunfante); y los devotos de los catecismos se sintieron incómodos ante él y le dejaron solo por sus ironías, por su talante autocrítico o por lo que llamaban "sus antinomias". De manera que el mejor Gramsci habrá sido siempre un autor póstumo.

Un autor así protestaría ante cualquier intento de hacer con su vida y con su obra, incluso como reacción ante el olvido, una hagiografía. Todo lo que Gramsci escribió en su madurez lo consideró "primera aproximación", independientemente de lo que fuera aquello de lo que trataba (la historia de los intelectuales italianos, la teoría política, el conocimiento de la estructura del canto décimo del Infierno en la Divina Comedia de Dante, la interpretación de Maquiavelo o la evolución del americanismo). Varias veces escribió que tenía la impresión de haberse equivocado en su vida. Pero ninguna de esas veces dijo que se había equivocado en aquello por lo que le criticaban los mandamases, los pingos almidonados y los amantes de catecismos.

Quien lea hoy a Gramsci probablemente llegará a la conclusión de que se equivocó en cosas importantes que él consideraba certezas, creencias sólidamente establecidas o por establecer. Yo también lo pienso. Pienso que se equivocó en algunas cosas que, décadas después, otros seguimos considerando importantes y equivocándonos, tal vez, con él. Pero también pienso que es una lástima que se equivocara al hacer previsiones sobre lo que podría haber sido una verdadera reforma moral e intelectual en el mundo grande y terrible del siglo XX, porque los descendientes de los que acertaron contra él no nos han dejado un mundo mejor. De manera que de Gramsci se podría decir algo parecido a lo que dijo Brecht de la buena gente: incluso cuando se equivocan en una encrucijada, nos hacen pensar en lo que podría haber sido el camino recto. Que llegue a haber camino, aunque sea oblicuo, hacia una sociedad regulada, pacífica y de iguales, como la que él quería, no depende ya de Gramsci. Depende de nosotros, de los lectores de Gramsci en la época del posfordismo, de la fragmentación de la clase obrera, del uniformismo cultural inducido, de la sociedad del espectáculo, de la nueva esclavitud, de la prostitución rampante de las hijas y nietas de los que tanto esperaron de la reforma moral e intelectual, pero también de la protesta contra la globalización imperial.

Gramsci quiso ver en la filosofía de la praxis una herejía de la "religión de la libertad", del liberalismo del siglo XIX y parte del XX. E intuyó que el filósofo democrático y laico del futuro tendría que verse las caras precisamente con la religión de la libertad profundizando el sentido de aquella herejía. Algo no muy distinto estaba pensando en Francia, con otro lenguaje pero con una sensibilidad parecida ante la desgracia de las pobres gentes, aquella otra gran solitaria que fue Simone Weil. Y no es casual que los nombres de Antonio Gramsci y Simone Weil aparezcan frecuentemente juntos en la América Latina de hoy cuando se quiere volver a pensar en la liberación de los explotados, de los oprimidos y de los desvalidos.

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Nuevas subjetividades y viejos antagonismos

César Altamira

Si alguna conclusión inmediata puede extraerse de los últimos hechos en Argentina es que la lucha de los trabajadores, de los asalariados y de los explotados determinó e impuso su dinámica al sistema capitalista. En otras palabras, se constata que el avance del capitalismo, su desarrollo y su manera particular de crecimiento no responden a leyes predeterminadas, sino que son el resultado de los enfrentamientos y antagonismos presentes en la sociedad.

El reciente proceso de luchas alcanzó tal grado de velocidad y dinamismo que su impetuosa emergencia solamente es explicable por el estallido de una crisis largamente incubada en la sociedad. Fue la persistencia de una modalidad particular de acumulación de capital la que incubó en los últimos diez años tensiones sociales de límites impensables e insospechados. Tensiones que fueron muchas veces desestimadas, desatendidas e incluso minimizadas no sólo por quienes ejercieron el poder durante este tiempo, sino también por una amplia franja de organizaciones políticas. La fragmentación social, la débil y casi inexistente organización política de las víctimas principales de este proceso, hizo que sorprendiera por la virulencia del enfrentamiento.

Hoy debemos reconocer que el antecedente inmediato de la rebelión popular debe rastrearse en las asambleas de estudiantes de universidades ocupadas, en los cortes de ruta de los piqueteros, en las pasadas expropiaciones de los pobres a los supermercados, en la consolidación de la creciente capacidad de intervención de las más diversas comunidades, así como en la resistencia y el fortalecimiento de diferentes grupos autónomos del conurbano bonearense, Rosario y otras ciudades del interior del país.

Sin embargo, nuestro análisis requiere clasificar los diversos espacios de lucha y los correspondientes sujetos políticos que se confrontaron con el poder en la última semana de diciembre:

1) Por un lado se encuentran los pobres y marginales del conurbado, habitantes de los barrios pobres próximos a la ciudad de Buenos Aires y pertenecientes a la provincia de Buenos Aires, que robaron y saquearon supermercados y almacenes. Estos fueron, en términos generales, "observados" y acompañados por el accionar pasivo de la policía de la provincia de Buenos Aires.

2) Por otro lado también se manifestaron los habitantes de diversos barrios de la ciudad de Buenos Aires -representantes de una pequeña burguesía media y acomodada- que respondieron con el cacerolazo, luego de la declaración del estado de sitio y el timorato discurso político presidencial, ante la indisponibilidad bancaria de sus salarios y ahorros decretada por De la Rúa. Fueron ellos quienes se congregaron, inmediatamente después del discurso presidencial y de manera espontánea y autónoma, en Plaza de Mayo la noche del miércoles 19, pidiendo la renuncia del ministro Cavallo y del propio presidente. Esta movilización terminó con la violenta represión policial y con el posterior enfrentamiento de los sectores juveniles con la policía, que fue premonitorio del enfrentamiento del día siguiente.

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Democracia participativa en Brasil

Joan Tafalla

El proceso de constitución del nuevo proletariado surgido del boom económico del llamado “milagro brasileño” en clase autónoma, con proyecto político propio y con la creación del “Partido dos Trabalhadores” (PT), en 1979, la Central Única dos Trabalhadores (CUT), en 1983, y, también en la misma onda, del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST), en 1985, coincidiendo com el “proceso de liberalización política” (“transição à brasileira”), es el marco político en que se desarrolló una concepción de la democracia en la izquierda brasileña que, desde aquellos años, ha ido desarrollándose de forma original y muy contextualizada. A pesar de la irreductibilidad de un fenómeno tan complejo y de la dificultad de su exportación mecánica, esta experiencia democrática merece ser conocida para extraer de ella criterios y filosofia política válidos más allá del contexto brasileño. No podemos entrar a resumir aquí los hitos que marcaron el camino de esta constitución de clase por razones de espacio, aunque sería de interés si queremos realmente contextualizar este proceso, analizar las condiciones de posibilidad de un fenómeno social y de masas tan amplio como la democracia popular brasileña. Aquí a duras penas podremos entrar en algunos de los elementos centrales del debate político.Centramos la atención en este artículo y en  el conjunto del dossier,en las experiencias institucionales que no resumen ni  agotan la totalidad del proceso democrático brasileño ya sea en el movimiento sindical, en el MST o en otros movimientos sociales[1].

El PT y la democracia

Las condiciones de nacimiento del PT no pueden ser más sorprendentes a los ojos de un europeo. Entre otras cosas se puede resaltar la siguiente:el PT fue legalizado cuando aún existía la dictadura militar, aprovechando las grietas legales. Tenemos pues, un partido con la estructura quizás más democrática y plural de América Latina, naciendo en un contexto de dictadura. Una dictadura en crisis pero  dictadura al fin y al cabo.

En la “Carta de principios del PT”, publicada el 1 de mayo de 1979 podemos leer: “El PT afirma su compromiso con la democracia plena ejercida directamente por las masas, pues no hay socialismo sin democracia ni democracia sin socialismo”[2]. Esta idea se desarrolla en el Manifiesto del PT de 10 de febrero de 1980, que en su apartado “Por la participación política de los trabajadores”, afirma: “El PT pretende que el pueblo decida qué hacer con la riqueza producida y con los recursos naturales del país. Las riquezas naturales sólo han servido hasta hoy a los intereses del gran capital nacional e internacional, deberán ser puestas al servicio del bienestar colectivo. Para esto es necesario que las decisiones sobre la economía sean sometidas a los intereses populares. Pero estos intereses no prevalecerán mientras el poder político no exprese una real representación  popular, asentada en las organizaciones de base, para que se haga efectivo el poder de decisión de los trabajadores sobre la economía y los demás niveles de la sociedad”[3].

El proyecto petista de sociedad, que va más allá de la afirmación de la democracia representativa y inicia una reflexión sobre la democracia directa, no es un elemento voluntarista de algún teórico aislado de la realidad sino que surge de uno de los procesos de movilización social más amplios, duros y masivos que se conocen en los últimos treinta años a nivel mundial. La intensa movilización obrera y popular en Brasil, especialmente en la década de los años 70 y primera mitad de los 80, a partir de y dando lugar a numerosas organizaciones sociales en defensa de habitación, salud, educación, transporte, de los derechos de la mujer, la infancia, negros, indios, homosexuales, dá lugar a creaciones tan potentes como el proprio PT, la CUT y el MST. Es precsio resaltar aquí la importancia de la Teologia de laLiberación y de las Comunidades Eclesiales de Base (CEBs) y de las Pastorales Sociales en este proceso. Una parte muy importante de los dirigentes del PT, de la CUT  y, posiblemente más aún, del MST, vienen de esta experiencia de organización y de mobilización. Según  Frei Betto, en una entrevista que nos concedió: “no  hay lideres nacionales expresivos que no hubieran  pasado per las CEBs”. Quizás exagerado, pero lo cierto es que si no  formaven parte deesemovimiento, no estaban muy lejos del mismo. Un partido que hunde sus raíces en un suelo nutricio tan movilizado y autoorganizado, no podía crecer con una concepción dirigista o sustituista de las energías populares. Dificilmente podía adoptar una concepción de la democracia formal y representativa, como han hecho diversas fuerzas de la izquierda europea, pasando en muchos casos de los dogmas del marxismo-leninismo al acatamiento de las fórmulas y procedimientos de la democracia representativa sin más preocupaciones.

El PT sostiene una visión de la política , de la democracia y de la transformación social basada en la democracia participativa, asentada en la tradición de la democracia directa. Es una propuesta que se basa en la propia experiencia de constitución del partido, previamente en un vasto movimiento asambleario y participativo, en sindicatos, barrios  y, como ya se ha dicho, en grupos cristianos de base y, también, de experiencias partidistas alternativas a las clásicas de la ortodoxia moscovita, pekinesa o albana; y  también directamente en la forma misma de constitución del PT, a partir de grupos y debates abiertos sobre y desde el trabajo y la lucha. Ese era el mandato de la sociedad civil alternativa que reclamaba la formación de una representación política que articulase en proyecto nacional las aspiraciones de clase.

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Democratización del Estado: la experiencia del Presupuesto Participativo

Raul Pont

El texto que sigue es la transcripción de una conferencia del alcalde de Porto Alegre (POA), Raul Pont, con el título: "Democratización del Estado: la experiencia del Presupuesto Participativo", que tuvo lugar en el Seminario de Economía Política en la Universidad Federal de Río Grande del Sur (UFRGS), durante un congreso de la Sociedad Brasileña de Economía Política, el 14 de julio de 1999, en POA. El texto, en portugués, fue amablemente cedido por el propio Raul Pont al responsable de la presente traducción y adaptación, Pep Valenzuela.

Nuestra experiencia del Presupuesto Participativo (OP, siglas en portugués) está íntimamente ligada a una concepción que marca la sociedad, o sea, comprender la íntima relación entre la economía y la política sin caer en una visión meramente tecnocrática o que restrinja esta relación a una mera aplicación de algunas fórmulas matemáticas o a un proyecto y propuestas que desconozcan las consecuencias que tienen paras las personas que viven en una ciudad, un Estado, un país. La ciencia social es una ciencia donde nosotros somos los propios cobayas, por tanto, tenemos que tener mucho cuidado con eso.

Es conocida con ese nombre de OP, pero tiene una concepción que está ligada al programa del partido (Partido de los Trabajadores). Es una concepción del partido y del frente político que gobierna la ciudad, hace ya tres mandatos. En este sentido, quería establecer algunas preliminares, para que eso pueda ser comprendido. Cuando llegamos al gobierno, teníamos algunas visiones, previas, que partían del presupuesto de la necesidad de ir más allá de aquello que nosotros conocemos en el país como democracia representativa.

Es evidente que la democracia representativa es mucho mejor que el régimen autoritario, dictatorial, pero también genera muchas debilidades, favorece una cierta burocratización; aparta al ciudadano de la "cosa pública" o permite que él se aproxime a ella apenas periódicamente. Nuestra preocupación era cómo hacer algo que retomase una tradición histórica de la humanidad y, principalmente, una tradición histórica de la izquierda: la experimentación, la búsqueda en torno de un proceso más sustantivo de democracia. Recuperar una visión de la democracia como algo mucho más participativo de lo que es el puro hecho de llamar a los ciudadanos a ejercer el derecho a voto y delegar, de 4 en 4 años o de 8 en 8 años, para ejecutivos, parlamentarios, el poder de decidir.

Entendemos que eso es insuficiente, que tenemos que marchar en la búsqueda de formas que envuelvan más a la comunidad, que permitan al ciudadano tener un mayor control sobre el poder público. Es en ese sentido es que digo que nosotros retomamos una idea muy querida, una idea de los grandes momentos en que la humanidad pensó esa relación de la sociedad con el Estado. En cierta forma, ese ha sido el grande debate sobre la democracia en los últimos siglos. Para retomar algunos momentos marcantes de eso, vale la pena recordar todo el debate sobre los regímenes constitucionales, sobre las concepciones del proceso de representación, de delegación, donde destacan grandes teóricos de los regímenes constitucionalistas modernos y otros autores del mismo período, especialmente en el caso de Rousseau, donde esta cuestión estaba íntimamente ligada con aquello que debería ser un verdadero concepto de democracia: la idea de que, cuanto menos delegación, cuanto menor fuera el grado de delegación de poder y cuanto más el pueblo o la sociedad organizada pudiera ejercer la soberanía de sus decisiones, esto es mejor y nos aproxima más de un régimen efectivamente democrático que los proceso de delegación representativa.

En aquel momento, nosotros teníamos eso en la mente, sin tener, sin embargo, ninguna experiencia práctica, cualquier experiencia, ni en el conjunto de Brasil, que se aproximase a eso. Nosotros no teníamos una tradición, como en otro lugares, en Europa principalmente, experiencias de autogestión, experiencias de gobierno con base en conceptos de democracia directa, como fue el caso de un pequeño periodo, aunque riquísimo en experiencias, inmediatamente después de la Revolución Rusa.

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Develando el holograma del poder

Introducción

En el número 7 de Rebeldía, el Subcomandante Insurgente Marcos publicó un artículo titulado: “El mundo: siete pensamientos en mayo de 2003”. En la introducción del mismo se plantea que esta contribución representa una aportación del zapatismo a la elaboración de una agenda de discusión, que no de puntos de acuerdo. Esta contribución reafirma la visión que varios hemos planteado de que desde el inicio de la insurrección zapatista del 1 de enero de 1994 se vive un proceso de reanimamiento de un debate indispensable para el desarrollo de un pensamiento emancipador. Esto se debe no únicamente a que la insurrección estalla en el momento en que los teóricos del capitalismo mundial cantaban las glorias al fin de las teorías revolucionarias o rebeldes sino a algo aún más significativo: ese avance del pensamiento de la derecha no era producto principalmente de su fuerza sino del callejón sin salida al que había llegado el pensamiento de la izquierda. El zapatismo abrió una brecha, por la cual se generó un proceso de reorganización del movimiento social y, en función de lo anterior, una discusión teórica plural. Aunque es necesario señalar que ésta avanza más lentamente que el primero. En ese marco, el texto arriba citado permite ubicar algunos puntos centrales de discusión. Muy probablemente no sean los únicos, ni forzosamente se tendrá que estar de acuerdo con lo que en ellos se expresa, pero su importancia es innegable. Por eso y para provocar una discusión mayor es que comento el tema 2 de ese documento: “El Estado nacional y la polis”. 1. “En el agónico calendario de los Estados nacionales, la clase política era quien tenía el poder de decisión. Un poder que sí tomaba en cuenta al poder económico, al ideológico, al social, pero mantenía una autonomía relativa respecto a ellos […] Balance de administración, política y represión, una democracia avanzada. Mucha política, poca administración y represión encubierta un régimen populista. Mucha represión y nada de política y administración, una dictadura militar”. La vieja clase política, que actuaba en los marcos de los Estados nacionales, tenía el poder de decisión sobre una serie de elementos fundamentales de la vida nacional. Su poder contaba con algunos márgenes de autonomía relativa que le permitían “ver más allá”. Aquí nos encontramos con la descripción de cómo funcionaba en la prehistoria (el siglo XX) el poder político. Los políticos profesionales de esa época se veían a sí mismos y eran vistos por la sociedad como estadistas, capaces de unir a la nación por objetivos determinados. Esto no les otorga ningún tipo de simpatía. La descripción no implica aval. Más aún. La dificultad para enfrentar ese tipo de poder político era mayúscula, en tanto ese poder contaba con bases de legitimidad y de consenso muy fuertes, lo mismo que la utilización de mecanismos de coerción cuando el consenso se fracturaba. La política era entendida como un arte, el arte de engañar, esconder, hacer pasar gato por liebre. Los estadistas eran auténticos magos que llevaban a cabo actos de prestidigitación, ante los ojos atónitos de la ciudadanía. Y cuando esos actos no funcionaban tenían la posibilidad de utilizar la represión para retomar el camino anterior. Atrás se contaba con una forma de organización de la vida económica, social y política que le daba sustento a ese tipo de poder. Indudablemente, ese poder estaba diseñado para garantizar la propiedad privada, las ganancias privadas y los niveles de explotación y opresión; lo que sucedía era que la forma para garantizar dicho dominio estaba íntimamente relacionada con la idea de presentarse frente a los ciudadanos como neutrales o simples árbitros entre los conflictos sociales. Existe una relación estrecha entre el fordismo productivo, el Estado benefactor, el incremento del consumo de los trabajadores y la existencia de una clase política que ubica su espacio de desarrollo en función de las fronteras nacionales. Esa clase política es hoy pieza de museo, su transformación ha sido paralela al proceso de reorganización productiva, a la eliminación del Estado benefactor y a la crisis del consumismo de los trabajadores. Pero, desde luego, también esa clase política, lo mismo que todos los otros factores que hemos descrito, tenía como objetivo frenar los procesos revolucionarios que se habían venido desarrollando como consecuencia del triunfo de la revolución Rusa. 2. “La globalización, es decir la mundialización del mundo […] encontró medios y condiciones para destruir las trabas que le impedían cumplir con su vocación: conquistar con su lógica todo el planeta”. La globalización significa, entonces, antes que nada, la política seguida por el poder para romper con una serie de viejos paradigmas, con el objetivo de que los señores del dinero no tan sólo reinen sino que también gobiernen. La idea que estaba atrás era que los viejos Estados-Nacionales y la vieja clase política habían cumplido su papel y que ahora, libres de la amenaza de la revolución socialista, lo que seguía era conquistar el planeta pasando por destruir las trabas que el viejo Estado-Nacional le imponía, o para ser más preciso, resolviendo la antinomia fundamental con la que ha sobrevivido el capitalismo, desde su origen: ser el primer sistema de producción que tiene como esencia la conformación de un sistema-mundo (internacionalización del capital) y tener que construir Estados nacionales como la herramienta esencial para su conformación, dominio y hegemonía. Ese proceso de globalización ha significado, en la práctica, la rendición del viejo Estado-Nacional, en todos los terrenos: político, militar, ideológico y económico. El neoliberalismo ha pasado sobre el Estado nacional de la misma manera que pasa el conquistador por las tierras conquistadas, pisando todo lo que encuentra a su paso. Esto ha generado dos dinámicas: la de los enamorados de este impresionante viento, que en la práctica significa la nueva modernidad, y la de los despechados y nostálgicos del pasado. Entre los primeros están los que sin quererlo o queriéndolo, al narrar la gesta de conquista del neoliberalismo, elaboran una oda a un proceso que ha significado ya millones de asesinados, millones de muertos de hambre, millones de enfermos de las nuevas epidemias, etcétera. Y, por otro lado, los que aferrados a los viejos esquemas de pensamiento, añoran al viejo Estado Nacional (normalmente estamos hablando de un sector importante de pensadores de izquierda), en tanto éste les daba la seguridad y la certeza sobre el quehacer político, su internacionalismo llegaba hasta sus fronteras nacionales y a lo más que se podía llegar era a mantener una política de solidaridad. La IV Guerra Mundial se manifiesta como una confrontación entre la globalización y los Estados Nacionales. Los casos de las guerras de los Balcanes, de Afganistán y de Irak no son sino el inicio de ese proceso. Los Estados Nacionales más débiles por su conformación original son simples observadores de esta dinámica, mientras que los Estados Nacionales más fuertes, a pesar de sus molestias, no son otra cosa que clientes respondones de la globalización. 3. “El nuevo orden mundial sigue siendo un objetivo en el orden de batalla del dinero, pero en el campo yace ya, agonizando y esperando la llegada de auxilio, el Estado Nacional”. Al otro día de la caída del muro de Berlín y, desde luego, inmediatamente después de la caída de la Unión Soviética, George Bush padre decretó el inicio de un nuevo orden mundial. Sin embargo estaba claro quién era el derrotado pero no quién era el triunfador. El viejo orden mundial (el bipolar) había generado una inercia que permitía la estabilidad. La competencia intercapitalista desde luego existía, pero de alguna manera estaba subordinada a la lógica de la confrontación bipolar. El mejor símbolo de lo anterior era la Organización del Tratado del Atlántico Norte (OTAN). Desde luego, a Francia o a Alemania no les gustaba mucho depender en el terreno militar de Estados Unidos pero no tenían otra opción, tanto por la situación en la que quedaron después de la segunda guerra mundial como por el profundo temor que les creaba la existencia de la Unión Soviética. Los gobiernos capitalistas trabajaron duro para el rompimiento de ese viejo orden, pero no estaban del todo preparados para gestionar sin problemas el surgimiento de un nuevo orden. Eliminado el enemigo (el otro) que los unía, ahora se desataban todas las fuerzas internas dando paso a una feroz competencia, con el debilitamiento extremo de los Estados nacionales. La vieja clase política es así sustituida por lo que el Subcomandante Insurgente Marcos llama la “sociedad del poder”. Ésta “no sólo detenta el poder económico y no sólo en una nación” sino que actúa más allá de una nación y más allá del poder económico. Es decir, busca sustituir al viejo Estado Nacional y su poder rebasa el meramente económico por medio del control de los organismos financieros internacionales, mecanismo ideal para controlar países enteros, medios de comunicación, centros educativos, etc. En especial los organismos financieros internacionales han jugado un papel clave en el estallido de crisis sumamente graves. En el caso de los Estados Nacionales latinoamericanos esto fue preparado desde la década de los años ochenta. La crisis de la deuda permitió conseguir una injerencia más significativa y menos costosa que las intervenciones militares del pasado o que el financiamiento de los golpes militares. Todos los países latinoamericanos fueron cediendo espacios fundamentales de soberanía al aceptar las cartas de intención elaboradas por el Fondo Monetario Internacional (FMI) o el Banco Mundial (BM), al establecer los planes de ajuste, al autonomizar los bancos centrales, al aceptar el remate de sus bienes nacionales, etcétera. En el campo de una batalla nunca declarada quedó el viejo populismo nacionalista latinoamericano, la vieja concepción de una izquierda nacionalista que pensaba que el socialismo solamente se podía realizar aliándose con la burguesía nacional. Ambas corrientes cayeron en la dialéctica de aceptar un poco para ir aceptando todo poco a poco. Un viejo partido nacionalista o una corriente de izquierda tradicional pueden llegar al gobierno de su país, pero su espacio y su tiempo están determinados por la incapacidad que demostraron frente al viento arrasador del neoliberalismo. Y, al revés, a la “sociedad del poder” le importa poco quién gobierna (la derecha o la izquierda), lo que le importa es que siendo una u otra, no se salgan del script diseñado por ella sobre cuál es su papel en la nueva división internacional del trabajo. Hace años, si un partido de izquierda ganaba las elecciones y asumía un gobierno, la Agencia Central de Inteligencia (CIA) de Estados Unidos inmediatamente comenzaba su trabajo de desestabilización. Hoy, si no se sale de los marcos prefijados, es mejor recibirlo en la Casa Blanca, invitarlo a los foros internacionales de los hombres del dinero (posiblemente Davos sea la capital de la “sociedad del poder”) e incluso señalarlo como uno de sus mejores alumnos. 4. “La “sociedad del poder” desea un Estado Mundial con un gobierno supranacional, pero no trabaja en su construcción”. Desde luego, desde hace muchos años, los ideólogos de la globalización neoliberal saben que la única manera para resolver la antinomia que marca al capitalismo desde el inicio es construir un Estado supranacional, pero ese conocimiento no sirve de nada; en dado caso permite la creación de fuegos artificiales que buscan nublar la capacidad de análisis. El Estado supranacional no existe y ni siquiera lo podemos encontrar en el orden del día de la “sociedad del poder”. Representa una borrachera para los señores del dinero, se habla mucho de él en las fiestas pero una vez que la borrachera pasa se elude el tema, incluso se tiene cierta vergüenza de lo que irresponsablemente se llegó a decir. La cuestión es que no se da ese paso pero en cambio se han dinamitado las bases de sustentación del Estado nacional. El viejo orden ya no existe, pero en su lugar no se ha construido un nuevo orden; más claro aún, el viejo orden de los Estados nacionales ya no existe pero el orden del Estado supranacional no existe y más aún no se trabaja en su construcción. Eso permite la existencia de una fase mórbida en que algunas veces se busca refugio tímidamente en el cascarón de los viejos Estados nacionales y eso es inmediatamente interpretado por sus añoradores como un signo inequívoco de que el viejo orden se mantiene. En realidad se trata más de un wishful thinking que los viste de cuerpo entero. La reciente guerra en contra de Irak evidenció estos dos procesos: por un lado, los Estados nacionales se mostraron completamente ineficaces para enfrentar la situación a partir de las viejas herramientas heredadas del viejo orden mundial; en especial la Organización de las Naciones Unidas (la organización de los Estados nacionales) fue totalmente inoperante e ineficaz. Por otro lado, la inexistencia de un Estado supranacional permitió que esa guerra provocara una fractura en la misma “sociedad del poder”, en tanto los roles económicos a jugar no están ya definidos y sobre todo no son definitivos. Más aún, cada quien se vio obligado a recurrir a sus cascarones para buscar una renegociación en la repartición de la riqueza de los nuevos territorios a conquistar. Y, en este nivel, el problema de los energéticos es clave. Pero, más allá, la carencia de una nueva estabilidad permite que la hegemonía económica siga en disputa. La cuestión es que el desequilibrio militar está siendo utilizado por los señores del dinero de Estados Unidos y sus aliados europeos para controlar los recursos estratégicos en una fase del capitalismo donde el control de esos recursos cobra una importancia más grande que nunca. La inexistencia del Estado supranacional permite que la competencia intercapitalista no tan sólo se mantenga sino que se haga más virulenta que nunca. 5. “El Estado Nacional de la sociedad del poder sólo aparenta un vigor que mucho tiene de esquizofrenia. Un holograma, eso es el Estado Nación en las metrópolis”. Si como algunos suponen, el debilitamiento y la crisis de los Estados nacionales son fenómenos que se reducen a los países del llamado tercer mundo, mientras que en las metrópolis lo que se vive es un fortalecimiento y más aún una extensión de los Estados nación, entonces es difícil de entender lo que sucedió con Francia, Alemania, Rusia, Bélgica, etcétera, frente al unilateralismo norteamericano. La incapacidad del Consejo de Seguridad de la ONU para frenar la guerra, en última instancia revela la crisis y la debilidad. Pero incluso en el campo de los triunfadores la situación no es muy diferente. Pensar que el más viejo de los Estados nacionales, Gran Bretaña, vive una fortaleza es cerrar los ojos ante su profunda debilidad. Un solo ejemplo. Un poco después del 11 de septiembre, cuando George Bush hizo un homenaje a los bomberos neoyorquinos en el Congreso norteamericano, entre los asistentes estaba Tony Blair, quien fue presentado y tratado no en su calidad de jefe de Estado, sino en el mismo nivel del jefe de la policía de esa ciudad. Gran Bretaña no es otra cosa que una extensión de los territorios de Norteamérica. Es un nuevo barrio de Manhattan. Pero el mismo Estado norteamericano ha sido víctima de un asalto por parte de los señores del dinero. Ese proceso tuvo su punto culminante con el fraude electoral que permitió que Bush fuera nombrado presidente. La conformación de su gabinete fue la demostración de que el golpe de Estado que se había llevado a cabo, no había sido realizado por la vieja clase política republicana sino por los grandes consorcios económicos, en especial los que están vinculados a las empresas petroleras y armamentistas. Desde luego, la ideología que se está utilizando es ultra nacionalista. Es imposible pensar que se puede conquistar el apoyo mayoritario de un pueblo confesando que se llevará a cabo una guerra para quedarse con la segunda reserva petrolera del mundo o que se va a enviar a los soldados norteamericanos para hacer más poderoso a un puñado de multimillonarios. Se tuvo que inventar que la nación norteamericana estaba en peligro. Pero eso es ideología pura. Como nunca antes en la historia los objetivos de la guerra estaban vinculados a una serie de empresas trasnacionales y como nunca el objetivo fue perjudicar a otras empresas trasnacionales. Claro, en medio existía un Estado nación, un pueblo, una cultura, una forma de vida, pero todas esas cosas (para los señores del dinero) son total y absolutamente prescindibles. El holograma del Estado nacional nos da una imagen nacionalista distorsionada. Deconstruir ese holograma es una de las tareas más ingentes. 6. “La Polis moderna […] sólo tiene de la clásica (Platón), la imagen superficial y frívola de las ovejas (el pueblo) y el pastor (el gobernante). Pero la modernidad trastocó por completo la imagen platónica. Ahora se trata de un complejo industrial: algunas ovejas se trasquilan y otras se sacrifican para obtener alimento, las “enfermas” son aisladas, eliminadas y “quemadas” para que no contaminen al resto”. El objetivo, ahora que el comunismo ha sido derrotado (así lo piensan en la “sociedad del poder”, extrapolando la derrota de los regímenes burocráticos poscapitalistas) no es disputar la mente y los corazones de los pobres; tampoco competir con otro sistema económico para demostrar que los trabajadores pueden tener mejores condiciones de vida bajo el capitalismo; mucho menos pensar en cómo asegurar que los viejos tengan condiciones favorables de retiro, o que los enfermos por el Síndrome de Inmunodeficiencia Adquirida puedan tener acceso a la seguridad social y a medicinas baratas y de calidad. Todos esos elementos que fueron llevados a cabo por los viejos Estados nacionales, (bajo su etapa de Estado benefactor, como una necesidad para limitar al capitalismo voraz en un mundo en que las revoluciones socialistas o de liberación nacional estaban a la orden del día) hoy no tienen razón de ser bajo la nueva lógica de la acumulación de capital. Los elementos coercitivos han sustituido en gran medida a los elementos de consenso. La humanidad, no una clase en específico, está en peligro de desaparecer. Y esto no es simplemente una visión terrorífica. Las nuevas armas de destrucción masiva, el impresionante desequilibrio ecológico (la desertificación, la escasez del agua, el hoyo de la capa de ozono, la destrucción de bosques y selvas…), las terribles pandemias, la extensión del hambre, etcétera, son los nuevos jinetes del Apocalipsis. Nada más que ahora cabalgan sobre el “desarrollo” de la técnica y el progreso. Pero, como para el capital neoliberal ya no hay enemigo global, nada de esto parece preocuparle lo suficiente para ameritar una intervención reguladora por parte del Estado; el pastor es carnicero y que el rebaño se apañe como pueda. 7. “La imagen de la ciudad rodeada (y amenazada) por cinturones de miseria y la imagen de la nación hostigada por otros países, se han empezado a transformar. La pobreza y la inconformidad (esas “otras” que no tienen el buen gusto de desaparecer) ya no están en la periferia, sino que se pueden ver casi en cualquiera de las urbes… y de los países. Quien gobierna la ciudad, sólo administra el proceso de fragmentación de la polis, en espera de poder administrar el proceso de fragmentación nacional”. La vieja relación centro-periferia se desvanece, no porque los niveles de opresión y explotación se hayan hecho más tenues sino exactamente al contrario. El fracaso del viejo capitalismo periférico (así fue conocido por muchos) en varios niveles —pero fundamentalmente en dos: fracaso de la cuestión agraria y fracaso de la industrialización— generó en un primer momento el crecimiento desmedido de las ciudades, pero en un segundo momento la huida del país. Los 250 millones de migrantes del mundo son el resultado de ese doble proceso. Esos 250 millones de migrantes han cambiado la conformación de las viejas clases obreras (simplemente observemos cuál es la composición de la actual clase obrera alemana o francesa), sus puntos de referencias, sus adquisiciones culturales, sus historias, sus identidades. Los “otros” se han colado por las paredes porosas de las nuevas polis, sobreviven sin integrarse. Cada vez más los “otros” cumplen una doble función: ser el motor de la acumulación de capital y paralelamente ser la fuente principal (o de las principales) del envío de divisas a sus países de origen. Una nueva clase obrera a la cual el viejo sindicalismo no le dice gran cosa. Los temidos “otros” son hoy uno de los factores claves del nuevo modelo económico neoliberal y al mismo tiempo los receptores de los odios racistas y clasistas de la “sociedad del dinero”. Por eso la guerra contra los “otros” es una guerra sin fin, pero también por eso es una guerra perdida. Y los otros no son sólo migrantes. En nuestro país, millones de “otros” salen hacia Estados Unidos, pero la mayoría aquí queda, y para el imperio ellos también forman parte de los “otros”. Son, por ejemplo, los millones de jóvenes sin trabajo que también viven en las polis al lado de los cotos de riqueza exclusivos para unos cuantos. Para defenderse de la irrupción masiva de los “otros”, las polis desarrollan sus programas de seguridad interna que representan auténticos planes militares estratégicos. “Cero Tolerancia” no es sólo un programa de seguridad, sino que es antes que nada una declaración de guerra contra los “otros”. En última instancia se están ensayando dos visiones: “cero tolerancia”, “cero atención” o “cero tolerancia, uno por ciento de ayuda”. Con el afán de entregar las polis a los señores del dinero, se duda del camino a seguir. Parecería que en los últimos tiempos los amanuenses del poder del dinero han llegado a la conclusión de que deben de establecer pequeños programas que otorguen cierta imagen de interés social. La ideología porrista está basada en la idea de que hay que otorgar caridad a los pobres mientras se les quitan todos los derechos sociales que antes habían conquistado (el derecho a la salud hoy está siendo contrarrestado por el seguro popular, el derecho al trabajo está siendo sustituido por la idea de la changarrización, el derecho a la educación hoy está siendo sustituido por el paulatino avance de la privatización…). Al final, dar el Pa’que te alcance o la ayuda a los miembros de la tercera edad es más barato que invertir en hospitales, escuelas, vivienda, etcétera. 8. Casi al final, el Subcomandante Insurgente Marcos se pregunta: ¿“Se podría pensar que de lo que se trata no es de “humanizar” el corral-fábrica-matadero de la polis moderna, sino de destruir esa lógica, arrancarse la piel de oveja y, sin ovejas, descubrir que el “pastor-carnicero-trasquilador” no sólo es inútil sino que estorba?” Parecería que sí. La otra visión sería una vuelta al pasado. Pero esto no aparece en el horizonte como una posibilidad para los señores del dinero. El proceso de globalización ha significado antes que nada una dislocación de las viejas formas de organización productiva, una movilidad nunca antes vista del capital y por ende del trabajo, una fragmentación de las relaciones laborales y de la misma fuerza de trabajo. Volver atrás significaría desmontar lo ya construido. ¿Cómo se puede humanizar lo inhumano? ¿Señalando los excesos y llamando a la comprensión a los que no tienen más religión que la ganancia? ¿Limando las aristas más filosas del neoliberalismo, repartiendo migajas, al mismo tiempo que se les entrega a los hombres más ricos el control de la Polis? ¿Cómo se puede pretender volver al pasado y luchar por un Estado benefactor, nacionalista, populista o como quiera que se le llame, si las bases económicas, sociales y políticas de esa forma estatal están siendo dinamitadas por la globalización neoliberal? ¿Y además luchar por ese tipo de Estado, que ya vimos que es imposible de revivir, aliándonos a los viejos políticos que lo detentaban, olvidándonos de su práctica a favor del capital, justificando nuestra ceguera al retomar el discurso demagógico que tenían como parte del control que ejercían sobre nuestros pueblos? Locos tendríamos que estar, por ponerlo de la forma más suave. Nosotros apostamos a que la única alternativa posible es la rebeldía, la que parte de la idea de que no tiene sentido gastar los esfuerzos en humanizar el crimen masivo. La rebeldía como fuerza creadora, como constituyente y soberana, como elemento civilizatorio. Esto de alguna manera significa reinventar las formas de lucha y de acción. Si el viejo Estado nacional es una herramienta mellada, las viejas formas de lucha que surgieron bajo el amparo de ese mismo Estado no tienen la misma efectividad del pasado. Desde luego entendemos lo anterior como un proceso, producto de la propia experiencia del movimiento social, en particular entre los trabajadores. Tema central sin duda, la necesaria reflexión sobre el mismo tiene hoy una importancia fundamental, no para un simple debate de ideas sino antes que nada para sacar conclusiones prácticas. El holograma del poder busca crear la imagen de que nada hay como alternativa, de que incluso las diversas alternativas pueden y deben ser encuadradas en su propio holograma. Romper con el holograma es romper con los tiempos y los espacios de la sociedad del poder. Creo que de eso se trata.

(Publicado en Rebeldia, México, julio 2003)

©EspaiMarx 2003

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El futuro de las ciudades en el nuevo orden internacional

Tarso Genro

Las megalópolis constituyen el centro de articulación política y cultural de la modernidad. El papel que ocuparán a partir del caos mutante, generado por la globalización neoliberal, todLas ciudades y lavía esta por ser resuelto. “Las ciudades, como los sueños, son construidas por deseos y miedos” – dice Ítalo Calvino, en su libro “Ciudades invisibles”. Los muros que las cercaban, en la antigüedad, y los condominios cerrados (véase nota del traductor) de la ciudad “postmoderna” son reflejos del miedo. El enemigo esta del otro lado del muro: siempre “reinventado”, para dar garantías a los que pueden transformar el miedo en necesidad y el deseo en separación.

Las grandes ciudades hoy se constituyen como territorios que contienen los eslabones de una relación conmutativa con el mundo. Por ellas transita una socialización de nuevo tipo, basada en el tiempo virtual y una nueva concepción de espacio, donde las partes desintegradas son siempre nuevas y cada vez menos sorprendentes. Ellas son el lugar físico donde las partes del espacio fragmentado componen mega – espacios locales y globales al mismo tiempo. En este no-lugar fluyen las formas fantásticas del capital.

La construcción de la ciudad refleja la construcción ordenada de la exclusión, que tiene como base la aceptación de la exclusión y su colaboración dentro de un “orden” urbano. Mike Davis, relata, de manera emblemática, el siguiente retrato de Los Angeles a partir de un episodio circunstancial: Así, con el director de la comisión de planeamiento de la ciudad explicó la línea oficial para los reporteros incrédulos, no lo es contrario a la ley dormir en la calle per se, ‘sólo cuando se alza alguna especie de chabola’ (…) esta represión cínica transformó la mayoría de los sin techo en beduinos urbanos. Ellos son visibles en todos los rincones del centro, empujando sus pocas y patéticas pertenencias en carros de supermercado robados, siempre fugitivos en movimiento, prensados entre la política oficial de contención y el sadismo progresivo de las calles del Centro”[1]

Para que la ciudad pueda ser objeto de una nueva subversión “democratizante”, que tenga el mismo potencial constitutivo de la ilustración, es preciso encuadrarla en una perspectiva de proyecto político de sociedad, o mejor dicho, de un nuevo proyecto civilizatorio, una nueva propuesta de orden. El rey de España, en sus instrucciones de 1513, para la conquista de la “tierra firme”, que abre el violento proceso colonial, fija el sistema de diseñará el futuro de las ciudades con base a su visión de orden, que mezcla miedo y deseo: “ vistas las cosas que para los asentamientos de los lugares son necesarias, y elegido el lugar más provechoso y en que abunden las cosas para el pueblo son necesarias, tienes de repartir los solares del lugar para hacer las casas, y deberán ser repartidos conforme las cualidades de las personas y serán inicialmente dados por orden: de manera que hechos los solares, el pueblo parezca ordenado, tanto en el lugar que deje la plaza, como en el lugar que tenga la iglesia, como en el orden que han de tener las calles; porque los lugares que, de nuevo se hacen dando el orden en el comienzo sin ningún trabajo ni coste se quedan ordenados y los otros jamás se ordenan”.[2]

Para discutir el destino de la ciudad globalizada – por lo tanto- es necesario responder antes, qué haremos de nuestro destino social colectivo. ¿Cuál es el “orden” que dispondrá, en el tablero de la sociedad, la aceptación o no de la exclusión y las jerarquías del miedo? En este orden cuajará un deseo movido por la solidaridad que subordina el miedo, o el – miedo – espontáneamente será “contención “ y “sadismo”.

La comprensión del destino deseado y humanizado abrirá el espacio político para un nuevo tipo de harmonía: o la ciudad es “subjetivada” por la comunidad, que desea de esta manera “re-finalizar” su modo de vida, dar otra finalidad a su existencia (diversa de los procesos semibárbaros de la postmodernidad)[3], o la ciudad será el orden del desorden: una ciudad jerarquizada por la fuerza al borde del caos siempre inminente.

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El cambio político (1962-1976) Materiales para una perspectiva desde abajo

Xavier Domènech Sampere

La historia social –tradicionalmente ocupada más en la historia de los de abajo que en la historia desde abajo–, se ha preocupado poco de interpretar la transición política, mientras que la historia política se ha ocupado aún menos de explicar la historia social de la transición. Y si lo primero es realmente sorprendente, ya que entre las mejores obras sobre el franquismo y el período de la transición se pueden contar las monografías de historia social, lo segundo no lo es tanto a juzgar por la calidad de la mayoría de historias políticas de la transición al uso.

Esta formación en paralelo de la historia social y política tiene una explicación fundada. Y es que el paradigma explicativo de la transición cumple, a la vez que una función “científica”, una clara función normativa en la legitimación de origen del orden político actual. Lo que pasó durante las oscuras horas de la dictadura y confusos años de la transición es fuente de legitimación política para instituciones –como la monarquía o la democracia tal como la conocemos– y discursos dominantes –la moderación, el centrismo como valor clave o la retórica de la modernización– que a pesar de su aparente solidez actual se movieron desde sus inicios en una gran debilidad real. Para poderse consolidar se realizó una operación de grandes implicaciones para la memoria histórica: se convirtieron estas instituciones y retóricas en los ejes claves de la transición. Emergió así una explicación histórica en la cual las elites se convirtieron en el motor explicativo del proceso que trajo las libertades políticas en España. Y en este proceso la historia social, sino contaba cosas de una mayoría que se ve que era silenciosa –a lo cual se prestaban gustosamente algunos sociólogos– , fue expulsada de la historia política.

Pero más allá de esto, surge un problema aún más grande, un problema de cariz pre-político y pre-científico para afrontar la transición desde la historia social. El carácter genético del período de la transición ha determinado su distorsión hasta el punto de hacer imposible verlo como un período propio, autónomo con relación a su pasado y preñado de líneas de futuro. Fijémonos tan sólo en la denominación del período, transición: Acción y efecto de pasar de un modo de ser o estar a otro distinto (Diccionario de la Real Academia). La palabra misma evoca su principio, el franquismo, y su fin, la democracia, pero nada nos dice sobre el mismo; es más, se considera que la única importancia del período se deriva por lo que devino, no por lo que pasó y menos aún por lo que podía haber pasado. No deja de ser curioso que en una ciencia con tantas prevenciones contra la teleología y el presentismo, este término se haya impuesto sin merecer ni una línea de reflexión. La transición es probablemente, más que ninguna otra etapa de nuestra historia, una construcción ideológica en la que se han confundido consecuencias –la monarquía, la supervivencia de elites políticas y sociales, la moderación, el centrismo– con causas; se ha construido una línea ascendente y única de un punto de partida a un punto de llegada, vaciándola de toda aquello que no indicaba su rectitud; y, en el proceso, el paradigma dominante ha eliminado, o ha subsumido como meras anécdotas, gran parte de las experiencias de la generación que la protagonizó en la memoria publicada, confundida a menudo con la memoria colectiva.

La necesidad de presentar la transición como un gran acto de reconciliación de las “dos” Españas nos ha llevado a una necesaria reinterpretación-deformación de nuestro pasado. Toda noción de conflicto colectivo, de lucha de fuerzas e imposiciones, fue abandonada para explicar el pasado y presente de España. Si la transición había sido posible fue desde el libre convencimiento racional de las partes –se diría que desde la república de las ideas puras, donde la realidad no llega a manchar–, régimen y oposición, que evolucionando a lo largo del tiempo habrían abandonado los maximalismos anteriores. El régimen vio en la llegada de un nuevo jefe de estado de talante demócrata contrastado la necesidad de avanzar hacia una democracia moderna; y la oposición abandonó las posiciones rupturistas desde la comprensión de su futilidad y aceptó el necesario entendimiento con unas autoridades con voluntad democrática, yendo hacia el pacto entorno a la ruptura pactada. Este es el núcleo central de la teoría o teorías de la transición, extremadamente reducido al intentar insertar en las elites de dos actores sociales (régimen y oposición) la complejidad de fenómenos que llevaron la democracia a España. Con el paso del tiempo, se han visto las limitaciones explicativas de este paradigma y se han establecido tres modelos que permiten ampliar sus prestaciones, uno se atrevería a decir que con un poco de zilitione. No es que la historia social haya establecido un nuevo modelo para reconceptualizar la transición, sino que, a la inversa, la historia política –o al menos las presunciones que la apoyan– ha asaltado la historia social del período, no sin cierta perplejidad por parte de los historiadores que provienen de esta tradición. Así se ha intentado, sin tocar el núcleo central del paradigma de la transición, establecer como mínimo tres modelos explicativos, y un cuarto posible que se empieza a vislumbrar en el horizonte, que aquí sólo mencionaremos brevemente, dado que no es nuestra intención realizar un artículo historiográfico. A) La transición por modernización económica[1]: según ésta, la triada mercado capitalista, Mercado Común y democracia es inseparable para explicar el cambio político. El desarrollo del mercado capitalista habría integrado en una solidaridad casi mecánica –en el sentido durkheimniano del concepto– lo que en la república era una convivencia imposible entre clases sociales. La demostración de esta integración, y su mayor garantía, era el anhelo de la gran mayoría de la población de entrar en el Mercado Común, como plasmación madura de una realidad que se empezaba a vivir en España. Y como resultado de todo lo anterior habría llegado la democracia. B) La transición por omisión del sujeto social[2]: en este caso se postularía que la máxima contribución que hicieron los sujetos sociales, los de abajo se entiende, al cambio político, fue precisamente no hacer nada. Ante la amenaza que la movilización obrera podía suponer para la llegada de la democracia, su principal virtud radicó en su capacidad de autocontrol. C) La transición de los de abajo es igual a los de arriba[3]: según esta muy reciente línea de interpretación, no sólo la “mayoría silenciosa” quería una transición tal como finalmente se dio –resguardo último de la legitimidad de toda teoría de la transición, y de la transición misma–, sino que los movimientos antifranquistas contenían en su seno y aspiraciones los mismos preceptos. D) Todo fue una cuestión de giro lingüístico[4]: esta última línea no reproduce, tiempo al tiempo, los análisis propios del giro lingüístico que han hecho furor en otros campos de la historia, pero mantiene algunos parecidos con ella: la centralidad del problema del lenguaje en la explicación del devenir histórico. De hecho esta línea, si es que de momento se puede catalogar ya como tal, emerge como consecuencia necesaria de todas las anteriores: si lo central que hizo la oposición y el régimen fue olvidarse –o echar al olvido– de un pasado tortuoso y establecer el consenso como valor supremo de la dinámica política, necesariamente lo realmente significativo para el cambio político de la historia de los movimientos de oposición no son sus luchas, ni las consecuencias de las mismas que en si no llevaron a nada, sino cómo aprendieron el “lenguaje de la democracia” que les enseñó a comportarse de una forma diferente a como lo habían hecho en el pasado. Ni que decir tiene que en absoluto estas líneas son contradictorias, ya que emergen del mismo tronco común, si acaso algunas podrán ser elaboradas –y algunas realmente lo son con brillantez– con más fortuna que otras.

En este artículo intentaremos ofrecer, en sintonía con las interpretaciones que han venido desarrollando autores como S. Balfour[5] o Carme Molinero y Pere Ysàs[6], entre otros, materiales interpretativos –basados en investigaciones realizadas para la área metropolitana de Barcelona, con lo que ya se comprueban todos sus alcances y límites– que pueden ayudar a entender de una forma diferente la relación de los movimientos sociales, específicamente el movimiento obrero[7], con el cambio político. Partimos de la presunción que esta relación va más allá del corto período donde ha sido encerrado por el paradigma de la transición y que tiene mucho que decir sobre el marco real en que se realizó. Se pueden delimitar, como mínimo, tres grandes períodos de esta relación: A) Un primera etapa que se iniciará con el renacimiento que vivirán los movimientos sociales, y especialmente el movimiento obrero, durante la década de los sesenta. Fue en este momento cuando una renovada acción colectiva habría hecho inviable la continuidad del régimen a largo plazo y redefinido los espacios y las posibilidades de la acción política bajo el franquismo. B) Un segundo momento, como etapa diferenciada y autónoma –en el sentido de un marco de acciones alternativas abiertas por la especificidad del período aunque construidas con los materiales del pasado reciente– que se iniciaría con la muerte de Franco y se cerraría con el referéndum para la reforma política. Es en este corto espacio de tiempo donde el movimiento obrero tendrá un papel activo, crucial, en el devenir de la historia española. C) Habrá aún un tercer momento, en el cual, una vez determinado el modelo de transición, el movimiento obrero dejó de tener una influencia determinante en el proceso político y de hecho su propia conformación pasó a ser más consecuencia que causa del mismo. La(s) teoría(s) de la transición han privilegiado el tercer momento en detrimento del primero y el segundo. Esto, que se entiende por su funcionalidad dentro de la propia teoría, ya que es la etapa de consenso, ha eliminado las etapa más activas de la relación entre movimientos sociales y cambio político. Las reflexiones que presentamos aquí, por el contrario, nos hablan del primer y segundo momento de esta relación.

Pequeños grandes cambios

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El Cuarto Reich

Kiva Maidanik

23 de julio del 2003

Diez tesis acerca del Imperio

Lo del desgaste del modelo neoliberal ya suena como verdad de Perogrullo. La etapa de su hegemonía casi absoluta quedó atrás en los años 90, durante la primera fase de la transición actual. Esa fue la fase fácil.

Al aparecer en nuestro mundo hace treinta años, precisamente a través de América Latina, por la estrecha puerta chilena, el neoliberalismo está demostrando hoy, aquí mismo con mayor nitidez, sus límites y su fracaso. En Argentina y Brasil, Ecuador, El Salvador, Uruguay, Bolivia, en la Venezuela de 1989-92, y de nuevo en la Venezuela del 2002-03, país campeón al respecto. Por algo se proclamó en América Latina, desde el Foro de Porto Alegre, el lema «otro mundo es posible».

Todo eso ya no pertenece al terreno de la discusión científica. Querría comenzar por donde termina el espacio de lo reconocido, planteando una «hipótesis de trabajo», sobre uno de los temas en discusión hoy, desde hace, a mi parecer, un par de años.

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