Un punto de encuentro para las alternativas sociales

Entrevista a José Gutiérrez sobre Manuel Sacristán

Salvador López Arnal

Entrevista a José Gutiérrez-Alvárez sobre Manuel Sacristán.

Salvador López Arnal

José Gutiérrez-Álvarez fue militante de la Liga Comunista Revolucionaria y ha publicado numerosos libros y artículos sobre la historia del movimiento obrero y sobre crítica de cine en revistas como Viento Sur o L’Avenç. Entre sus últimas publicaciones destacan: Memorias de un bolchevique andaluz (El Viejo Topo, Barcelona, 2005) y Elogio de la militancia. La historia de Joan Rodríguez, comunista del PSUC (El Viejo Topo, Barcelona, 2004). Actualmente es uno de los principales animadores de la Fundación Andreu Nin, y colabora en la edición electrónica de sinpermiso y en la revista El Viejo Topo.

Read more

Le nostre banlieus

Le nostre banlieus Emergenza del sociale e periferie della politica Il sociale sta vincendo sul politico? Un dibattito e una ricerca da approfondire e condividere

Mercoledi 15 dicembre a Roma presentazione e dibattito sull’ultimo numero di Contropiano (al centro sociale Intifada, via Casalbruciato 15)

L’inserto dell’ultimo numero di Contropiano ha cercato di aprire un confronto ed una ricerca su quella che riteniamo essere l’emergenza del sociale a scapito del politico soprattutto nelle periferie delle grandi aree metropolitane. Il dibattito apertosi in alcuni centri sociali romani dopo l’accoltellamento mortale di un giovane attivista avvenuta questa estate, l’escalation (o meglio l’endemicità) di violenza sociale nelle periferie di Napoli, le rivolte nelle banlieus francesi, hanno cominciato a porre una serie di questioni importanti e sulle quali occorre riflettere e discutere più in profondità. Nelle aree metropolitane delle grandi città, si stanno diffondendo fenomeni aggregativi che supera, copre e stravolge le precedenti forme di aggregazione giovanile. Quanto sta accadendo nelle banlieus in Francia, ma anche nelle periferie delle nostre aree metropolitane, ci sta’ ad indicare come la "cultura della strada" ed il comportamento "sociale" stia prevalendo, sostituendosi sempre più, alla forma che consideravamo più vicina alla nostra comprensione, o almeno ad una sua possibile espressione "politica". Le odierne pesanti ristrutturazioni produttive e sociali, hanno sottoposto in interi segmenti di classe una progressiva eliminazione, delocalizzazione e ridimensionamento delle loro identità e delle loro articolazioni socio-abitative. Tutto ciò ha reso possibile che si affermassero nelle aree metropolitane settori sociali sempre più impoveriti e soprattutto privi di una identità. Assistiamo dunque ad un fenomeno nel quale:."I giovani tendono ad aggregarsi nel tradizionale istituto della banda di strada, basato sulle classi di età, sull’evitare l’altro sesso, sull’unità territoriale e la solidarietà etnica. Quando la libertà individuale diventa lo slogan dietro cui si mobilitano le masse, vuol dire che lo scenario è cambiato. La libertà va valutata sulla base delle azioni, non delle ideologie "L’espansione dei bisogni non coincide con l’incremento del reddito. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ovvero, la classe dominante controlla la produzione della merce ma è impotente di fronte all’evolversi ed al moltiplicarsi dei suoi valori d’uso. Segnali di un possibile risveglio li abbiamo avuti dalla funzione, fin qui svolta, da quanti hanno messo in piedi l’esperienza dei Centri Sociali. che nella possibilità di creare "forme nuove" di lavoro e di socialità, hanno coinvolto settori soprattutto giovanili. Ma lo sviluppo delle ultime vicende ha però messo in evidenza il "cinismo" di una classe politica interessata più al loro tornaconto personale (anche economico). La politica, come espressione di conflitto sociale collettivo e organizzato verso il sistema dominante in tutti i suoi aspetti, oggi è stata espulsa o rimossa quasi completamente fino a trovarsi, come questa estate a Roma o a Napoli di fronte ad una prevalenza della dimensione sociale sulla politica, dove sono venute meno alcune delle "classiche" categorie per cercare di capirne la portata. In questa fase abbastanza contraddittoria, confusa e delicata può accadere che: il "sociale vinca sul politico!" In pratica di fronte ad una assenza, o debolezza, di una indicazione politica di superamento dell’attuale forma economica e socio-produttiva (alla quale far seguire anche una possibile ipotesi ricompositiva), ciò che prevale è una sorta di cultura di strada. Ovvero quella cultura alla quale e nella quale, sono cresciuti e conformati i giovani di oggi. A questo va senz’altro aggiunto l’enorme aumento della emarginazione e marginalità sociale; dovuta innanzitutto alla massiccia immissione di immigrazione, e relativa mano d’opera molto economica e competitiva, che da anni interessa la società occidentale, soprattutto nelle grandi città. L’attuale classe dirigente è molto interessata allo sfruttamento selvaggio di questa mano d’opera a basso costo e pertanto riempie le periferie di questi lavoratori senza tenere conto delle contraddizioni che queste migrazioni possono produrre. Da parte istituzionale e governativa, riemerge la tentazione di affrontare la contraddizione con la solita politica repressiva e diffamatoria. Chi protesta e disturba il governo "amico", viene accusato di non tener conto dell’interesse generale, di pregiudizi ideologici e di voler solo scatenare il caos e l’ingovernabilità, riconsegnando così il paese al berlusconismo. Una conferma di tutto ciò possiamo trovarla in Jean Baudrillard, quando ci propone: ".una lettura fuori dagli schemi della nostra complessa realtà. .denuncia la follia di un universo politico-tecnologico che ci sta sfuggendo di mano, – un vorticoso turbine di immagini, in cui il virtuale si sostituisce sempre più spesso al reale. il potere.è quasi autistico – è un potere fine a se stesso che si identifica solo con il proprio dominio, senza dialogo e senza relazione con il mondo esterno. – è un potere talmente ottuso che porta in sé il principio della propria sovversione. – è talmente tronfio e pieno di sé che ad un certo punto perde il controllo e implode. – Si mette a nudo, svela la propria maschera, si autodistrugge. – Si è inceppata la dialettica tradizionale che negli ultimi cinque secoli ha animato la politica, vale a dire la dialettica tra il popolo e chi governa nelle sue diverse forme. – il potere non comunica più. – E’ totalmente egocentrico e autocentrato, si autoalimenta e si autogiustifica. – Rappresenta solo se stesso e si sfinisce nella propria autoproduzione. – procede per espulsione, escludendo qualsiasi elemento esterno che rischia di rimetterlo in discussione" – ammette solo l’immagine virtuale che vuole dare di sé. – La corruzione e la perversione diventano allora le regole simboliche del potere" Dunque, un obiettivo delle classi dirigenti è proprio quello di scatenare una "guerra tra poveri" per continuare così a perpetuare il proprio dominio a colpi di misure securitarie e di polizia che precedono e accompagnano misure economico-sociali sempre più draconiane. Il nostro compito sarebbe quello di ostacolare questo percorso. Garanzie di riuscita in società "imperialiste" come la nostra non ve ne sono, ma l’importante è provarci per trovare una lettura e una azione politico-sociale adeguata a rappresentare il conflitto sociale in questa fase. la redazione di Contropiano

Read more

Imágenes Marxistas I. Antologia de textos de Manuel Sacristán

En “Entrevista con Naturaleza” (Ibídem,  pp. 179-190), Sacristán exponía este equilibrado punto de vista sobre las relaciones entre tecnología y ecologismo: “No hay antagonismo entre tecnología (en el sentido de técnicas de base científico-teórica) y ecologismo, sino entre tecnologías destructoras de las condiciones de vida de nuestra especie y tecnologías favorables a largo plazo a ésta. Creo que así hay que plantear las cosas, no con una mala mística de la naturaleza. Al fin y al cabo, no hay que olvidar que nosotros vivimos quizá gracias a que en un remoto pasado ciertos organismos que respiraban en una atmósfera cargada de CO2 polucionaron su ambiente con oxígeno. No se trata de adorar ignorantemente una naturaleza supuestamente inmutable y pura, buena en sí, sino de evitar que se vuelva invivible para nuestra especie. Ya como está es bastante dura. Y tampoco hay que olvidar que un cambio radical de tecnología es un cambio de modo de producción y, por lo tanto, de consumo, es decir, una revolución; y que por primera vez en la historia que conocemos hay que promover ese cambio tecnológico revolucionario consciente e intencionadamente”

Veinte años antes, en una conferencia de 1963 -“Studium generale para todos los días de la semana”, Intervenciones políticas, Icaria, Barcelona, 1985, pp. 47-48-, Sacristán ya había apuntado: “El filósofo alemán Georg Klaus, basándose en un célebre texto de una carta de Marx, ha trazado un interesante cuadro especulativo al respecto: imagínese que en una sociedad de este tipo irracional se renueva totalmente la técnica del proceso de producción mediante la automatización, etc. Quedan entonces liberadas enormes energías humanas que no tienen ya aplicación al trabajo mecánico y que, por tanto, sólo pueden desarrollarse económicamente y racionalmente accediendo al trabajo creador, a la administración de la sociedad. Pero esa dirección comunitaria está en contradicción con la estructura del dominio de clase que es propio de la sociedad en  que vivimos y que se toma en el ejemplo. Entonces, si no se produce una victoriosa reacción de los casualmente liberados del trabajo mecánico, la sociedad irracional tiene aún una salida irracional para preservar el poder de la case dominante: puede recurrir al gigantesco despilfarro de mantener a los antiguos trabajadores mecánicos en una situación de proletariado parasitario, alimentándoles, divirtiéndolos y lavándoles el cerebro gratuitamente a cambio de tenerles alejados de la dirección de la sociedad. Georg Klaus recuerda que en Roma se ha dado algo parecido… La técnica, pues, no puede cumplir por sí sola la otra racionalización, la seria, la socialización de la división del trabajo, que es el primer paso para su superación. Lo esencial para cumplir esa tarea es, naturalmente, suprimir la base de la irracionalidad, las instancias meramente mecánicas, inconscientes, no-humanas, que mueven hoy, la división del trabajo entre nosotros.”

C. La adhesión de buena parte de los trabajadores de los países industriales a los valores del crecimiento económico depredatorio y a la estructura jerárquica y despótica que, con formas diversas, organiza a menudo ese crecimiento, ha hecho caer a Rudolf Bahro (autor de otro de los principales intentos marxistas de elaborar la crisis) en lo que probablemente es la debilidad principal de su estudio La alternativa: proponer a los intelectuales como sujeto revolucionario, mientras concibe a la clase obrera (en los países del Este) como un pasivo peso cuya gravedad estabiliza a la burocracia que dirige allí con retraso la réplica del mundo material capitalista, retocada con algunos buenos rasgos colectivistas o comunitarios. Esa tesis de Bahro es inverosímil porque los intelectuales, igual los letrados que los técnicos, son un grupo social beneficiario del sistema en la medida en que éste se basa en la división fundamental entre trabajo manual y trabajo intelectual. La eficaz publicidad de los intelectuales que se creen críticos, difundida con diligencia por los medios de masas del sistema criticado, desde la televisión hasta los órganos de prensa más distinguidos, no puede esconder el hecho de que esa capa social es, en la producción y en el consumo, un apéndice de las clases dominantes igual en el Este que en el Oeste. Sus privilegios específicos, el lenguaje y la ciencia, facilitan que del grupo de los intelectuales se separen frecuentemente individuos que se sitúan del otro lado, con las clases explotadas y oprimidas. Pero eso no es ninguna novedad que confirme la tesis de Bahro.

3. A. “La situación política y ecológica en España y la manera de acercarse críticamente a esta situación desde una posición de izquierdas”, Pacifismo, ecología y política alternativa, Icaria, Barcelona, 1987, pp. 18-19.  3.B. “Una conversación con Wolfgang Harich y Manuel Sacristán”, Salvador López Arnal y Pere de la Fuente (eds), Acerca de Manuel Sacristán, Destino, Barcelona, 1996, pp. 135-136.  3. C.  “Comunicación Jornadas de Ecología y Política”, Pacifismo, ecología y política alternativa, op.cit. pp. 13-14.  

Read more

Contra el (hispánico) revisionismo histórico

Salvador López Arnal

                                                                                               

                        Contra el (hispánico) revisionismo histórico.

Bienestar insuficiente, democracia incompleta. Sobre lo que no se habla en nuestro país (BIDI). Vicenç Navarro

Anagrama, Barcelona, 2002, 216 páginas.

Read more

Arrasando el Far West, gestando el imperialismo. De las guerras seminolas a Wounded Knee

Alejandro Andreassi Cieri

Arrasando el Far West, gestando el imperialismo. De las guerras seminolas a Wounded Knee.

Alejandro Andreassi Cieri

Universitat Autònoma de Barcelona

“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness. –That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed, –That whenever any Form of Government becomes destructive of these ends, it is the Right of the People to alter or to abolish it, and to institute new Government, laying its foundation on such principles and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their Safety and Happiness”.

 

La cinematografía norteamericana, cimentó su fama y popularidad en la representación de la “conquista del Lejano Oeste”, construyendo una épica que a su vez alimentó la propia leyenda cinematográfica, configurando su perfil de arte del siglo XX, sobre la base de la imagen mil veces repetida del avance hacia el Pacífico como una empresa individual, donde se relataba el esfuerzo de unos colonos que arriesgando su vida para instalarse como pacíficos agricultores en el interior de Norteamérica, debían arrostrar numerosas penalidades y peligros, hasta que al final de su largo peregrinaje conseguían alcanzar la ansiada meta de asegurar las bases materiales de su condiciones de ciudadanos libres e independientes: granjeros propietarios de una pequeña pero productiva tierra. Sin embargo, esa imagen no se ajusta a la realidad de los  hechos. La conquista del Oeste fue principalmente obra del gobierno federal, que prácticamente se configuró como tal con ella confirmando su autoridad sobre los estados que constituían la Unión, y los territorios ganados con esa expansión fueron organizados como verdaderas áreas “coloniales”.[1] La imagen cinematográfica en cambio sirvió para, sin ocultar la violencia de la conquista del Oeste, equiparar la fuerza de los bandos contendientes, equilibrar la lucha entre colonos desprovistos de otro apoyo que su propio arrojo e indígenas dispuestos a impedir que esos “pacíficos” candidatos a la agricultura se instalasen en sus tierras. No sólo la imagen fue absolutamente favorable a los colonos blancos, al menos hasta la cinematografía de la década de 1960-70, sino que los indios además de crueles y rapaces fueron presentados como egoístas que no eran capaces de aceptar la convivencia con otros pueblos.

Read more

Movimiento antifascista. Polémica sobre espontaneismo, vanguardia y unidad

Carlos Gutiérrez, Gustavo Roig, Mariano Pujadas

4.- La revolución social, poesía de futuro. (Una respuesta a Gustavo Roig y a quién pueda interesar). Por Carlos Gutiérrez.

20N: República, autodeterminación, socialismo. Una propuesta política de organización y acción. x Mariano Pujadas – La Haine Reflexión acerca de las críticas que han surgido en sectores del activismo extraparlamentario sobre el lema de la manifestación del 20N 2006 que convoca la Coordinadora Antifascista de Madrid.

“Memoria Histórica para conquistar el futuro: República, Autodeterminación y Socialismo". No es un lema a la defensiva, no sólo se limita a denunciar las barbaridades cometidas ayer y hoy, a pedir juicio y castigo, a rechazar el modelo social y económico existente… algo que por cierto todxs compartimos. Además de rechazar, propone. Es una propuesta política (y, por tanto, con carácter ofensivo y de avance).

La Coordinadora Antifascista nos está obligando a pensar. Después de 2 años de intensificación de la lucha antifascista, de recuperación de la memoria histórica y de plantearse la continuidad de la lucha revolucionaria que las generaciones pasadas sostuvieron, ahora nos obliga fraternalmente a reflexionar sobre qué queremos, es decir, sobre la base de qué ejes continuamos el combate.

No hay por qué estar de acuerdo con los ejes que propone la Coordinadora Antifascista, pero si entendemos que se nos está “dejando tiradxs”, antes deberíamos preguntarnos cuál es nuestra propia propuesta política. Si no la tenemos, quizá deberíamos hacer un ejercicio de autocrítica. Si la tenemos, entonces deberíamos preguntarnos por qué no estamos siendo capaces de sacarla a la calle.

Pero el problema es que la Coordinadora Antifascista nos está dejando con las vergüenzas al aire. Nos está poniendo en crisis, obligándonos a mirarnos al espejo y preguntarnos: ¿hacia dónde camina nuestra lucha cotidiana?

Read more

De Juan de Mairena a Robespierre

Carlos Abel Suárez

Florence Gauthier

Muy sorprendente puede resultar hoy para nosotros saber que a esa Declaración de Derechos Humanos es lo que propiamente recibió el nombre de Terror por parte de los contrarrevolucionarios. Se llamó Terror al intento de poner por obra una soberanía popular efectiva a partir de la Declaración de los Derechos del Hombre y del Ciudadano.

Carlos Abel Suárez entrevistó en el programa La memoria del puente el pasado 18 de septiembre a Florence Gauthier, la gran historiadora de la Revolución Francesa, catedrática en la Universidad de Pari­s VII (Jusieux), editora de las Obras completas de Robespierre y de Mably y miembro del Consejo Editorial de SinPermiso

El 18 de septiembre pasado la historiadora francesa Florence Gauthier fue entrevistada por Carlos Abel Suárez en el programa La memoria del puente, que se emite por radio Palermo de Buenos Aires. Florence Gauthier participó en Buenos Aires, junto con Antoni Doménech en la presentación del nº 1 de la revista Sin Permiso en su versión gráfica y dio una conferencia en Buenos Aires, organizada conjuntamente por el Centro de Investigaciones Filosóficas y el Instituto H. Arendt, sobre la influencia del sacerdote jesuita Juan de Mariana en los revolucionarios franceses.

Carlos A. Suárez.- Florence, ¿cómo podrí­amos resumir lo dicho en la conferencia y, particularmente, la notable relación que estableciste entre Mariana y la Marianne de la emblemática pintura de Delacroix, sí­mbolo de la República francesa revolucionaria?

Florence Gauthier.- La teorí­a polí­tica del padre Juan de Mariana generó un vínculo entre los pensadores de la Revolución francesa. Mariana, que era español, desarrolló la idea del tiranicidio y del derecho a la resistencia a la opresión. Hay algo muy notable en la teorí­a polí­tica de este jesuita español, que vivía a caballo entre los siglos XVI y XVII, y fue su nombre el que pasó a Marianne, convertida en símbolo de la república revolucionaria. Y ese ví­nculo traí­a su origen en el hecho de que, en la teoría polí­tica del Padre Mariana, desempeñó un papel fundamental la confianza en el pueblo, y la confianza en el pueblo lleva a la soberanía popular, a una soberaní­a no entendida retóricamente, sino de forma efectiva y consecuente.

Read more